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1Q84

L’inferno esiste.

E’ un interminabile e inarrestabile logorio.

Come un monotono e fastidioso rumore di fondo.

Una fioca luce che stanca gli occhi.

Un calore lieve e costante che ustiona la pelle.

No, è peggio.

Perché vieni consumato lentamente. Dall’interno.

Il mio inferno si chiama 1Q84.

Dovrei rileggerlo ad alta voce, ma sono paralizzata dalla paura.

Un’angoscia simile e difforme a quella che ho provato leggendo La strada.

Quel sentimento che precede lo smarrimento e l’impotenza che – sono certa – tutti provano almeno una volta nella vita.

Quell’attimo in cui – immerso in una notte stella o schiaffeggiato dall’oceano – ti è chiaro: non sei nulla.

1Q84 è un cortocirtuito nel mio cervello. La ricerca disperata, e inutile, di un senso.

Il trascinarsi avanti rimuginando. Quasi ruminando le smagliature del mondo.

L’allargarsi delle maglie della realtà. L’inizio del Caos.

In questo momento ho pochissime certezze. Ne ho due.

1Q84 è un capolavoro mitopoietico e Murakami è crudele.

Haruki Murakami, 1Q84, Einaudi (20€).

Oggi inauguro una nuova categoria di post: flash news.
Ormai sapete che sono così effimera che è sufficiente il mio stesso respiro per farmi volare via.
E le mie assenze sono lunghe e imprevedibili.
Non riesco a scrivere più di una pseudo-recensione al mese e mi dispiace.
Da qui l’idea di segnalare libri in uscita. Libri che non ho letto, ma che “mi ispirano”.
Eccovi la prima!
Anna

Avete presente il film Scusa se ti chiamo amore? Quello tratto dal libro di Moccia.

Io non dovrei dirlo, ma… l’ho visto.

Ad ogni modo nel film c’è un Raul Bova che fa il pubblicitario e si innamora di una ragazzina.

Ecco, la realtà non ha nulla a che vedere con quel film.

Se siete interessati a sapere come è realmente leggete Premiata macelleria creativa.

Per rimanere in ambito cinematografico il libro di Valentina Maran è un Tutta la vita davanti del mondo pubblicitario.

Lo trovate in libreria dal 30 gennaio. Edizioni Fandango (12 €).

Il tempo materiale

Avete presente la vegetazione di Jurassic Park?

Quel verde lussureggiante e così brillante da sembrare di plastica?

Immaginate una casetta immersa in quel verde irreale.

Una casetta con una veranda. E appesa lì un’amaca color corda.

E dentro l’amaca un lettore sdraiato. Con un libro in mano.

Il cielo è azzurro neon.

Il vento muove le foglie immense di quelle piante preistoriche.

L’aria è glaciale. Servirebbe un maglione.

Ma il lettore non si alzerà a prenderlo. Perché non si rende conto di sentir freddo.

Il lettore è altrove.

Il lettore è un macchina cinematografica che segue Nimbo.

In soggettiva.

Quel lettore ha provato una sensazione simile al cinema.

Davano Baarìa. Era rimasto così incantanto, l’aveva guardato così intensamente da avere gli occhi secchi.

L’aveva osservato quel film. Aveva scrutato così a fondo tutti i suoi particolare da non riuscire a capirlo.

Era incapace di raccontarlo. Incapace di parlarne.

Incapace di esprimere un’opionione articolata. Qualcosa che andasse al là di “è un bel film”.

Ecco, Il tempo materiale è così. Ti lascia instupidito.

Giorgio Vasta, Il tempo materiale, minimum fax (13 €).

Accabadora

Io non sono atea.

Non posso professarmi cattolica, se non per background culturale.

Vorrei tanto essere cresciuta in un ambiente ebraico. Solo per avere una – di numero – possibilità di capire Operazione Shylock.

Il buddismo mi affascina, merito di Richard Gere. Ma in effetti si tratta di una filosofia di vita.

L’islamismo mi sembra un po’ troppo impegnativo.

I rituali della mia fede non sono astrusi.

Non ci sono bagni rituali, confessioni con sconosciuti, litanie.

La mia religione è quella della parola.

Nessuna gerarchia da rispettare né sacramenti né divinità secondarie.

Ma azioni apparentemente semplici – come mandare un sms – posso richiedere una lunga introspezione mistica.

E letture effettivamente laiche – come Accabadora – possono svelare un pezzetto di verità.

“Ti ho picchiato perché mi hai detto una bugia. Le mandorle si ricomprano, ma alla bugia non c’è rimedio. Ogni volta che apri bocca per parlare, ricordati che è con la parola che Dio ha creato il mondo” (p.111).

Non credo che la Murgia sia una sarcedotessa. Non credo neppure che sia una seguace della mia religione.

Per lei l’onfalos non è la parola. La parola che crea e distrugge.

Ma in Accabadora ha saputo mescolare con delicatezza realismo e magia. Superstizione e religione.

Tradizione e modernità.

Ha saputo parlare di eutanasia con una semplicità priva di un qualsiasi pregiudizio.

E soprattutto ha saputo fare dello scialle nero di Tzia Bonara un personaggio incredibile.

Michela Murgia, Accabadora, Einaudi (18 €).

Accabadora ha vinto il Premio Campiello 2010.

Sto cercando di pensare in maniera ordinata.

Già, perché io penso sempre, ma di solito sembro più una Cassandra.

Una Cassandra incapace di profezie. Che un altro modo per dire che fisso il vuoto con gli occhi sbarrati.

Una pazza.

Ieri sotto le coperte pensavo a Mancassola.

No, non in quel senso.

Mi chiedevo il perché. La mia domanda preferita da sempre.

Perché ha scritto Non saremo confusi per sempre?

Perché l’ha scritto alla Saviano? Alla Paolini?

Perché ha scelto proprio quelle cinque storie? Perché raccontare di Giuseppe Di Matteo?

Poi a catena tutte le altre. Dove si è documentato Mancassola? Come si sarà sentita Silvia leggendo il libro? Giulia vive ancora con la nonna? E il bimbo? E i genitori di Alfredino? E…

Poi il torpore del sonno mi ha zittita. Almeno fino a questa mattina.

Ero sul punto di scrivere un’email a Mancassola per vomitargli tutte le mie domande quando mi è tornato in mente un meraviglioso post sullo spirito ingenuo.

Un profondo respiro e mi sono lasciata guidare dall’ingenuità.

Squilla il telefono del grafico. No, non ci siamo capiti. Ti ho detto che non voglio quello stupido vermiciattolo a dividere i paragrafi del mio libro. Voglio la lemniscata. Come? E’ il simbolo matematico dell’infinito. Sai qual è, non è vero? Un otto rovesciato… Aspetto le bozze corrette. Sì, voglio vederle ancora un volta. Non credere che io dia l’autorizzazione alla stampa. Sì, passamelo pure. Ernesto – lungo sospiro – non l’ho fatto mettere da Piergiorgio nel contratto perché è parte integrante del libro. Un simbolo che dà speranza a una realtà irreversibile. Che parla al subconscio del lettore…

Marco Mancassola, Non saremo confusi per sempre, Einaudi, (€ 16).

Ho appena finito di tagliare a pezzetti le pesche.

E’ l’unico modo per farmele mangiare.

Sì, a volte mi tratto come se fossi una bambina. Come se fossi mia figlia.

A volte i ricordi della mia infanzia sono così sbiaditi e confusi da sembrare quelli di un’altra persona.

Quelli ascoltati a spizzichi e bocconi durante un pranzo di Natale.

Quelli raccontati da un narratore stanco.

Altre volte sono talmente nitidi e familiari che sono certa di averli vissuti attraverso le pagine di un libro.

Un libro come L’ultima sposa di Palmira.

Palmira è il paese in cui naufragano le mie radici.

Il paese dei cunti di mia nonna Angelina. Il paese di Tano D’Amore. Di Betta Pilusa e di Teddy Biobau.

Il paese in cui tutte le storie, tutte le vicende umane sono intrecciate tra loro.

Il paradiso perduto dell’infanzia. La terra dei ricorsi.

L’ultima sposa di Palmira non è un romanzo. E’ un’edicola votiva a una civiltà antica ormai del tutto estinta.

Una civiltà semplice come il pane e delicatamente complessa come un centrotavola a chiacchierino.

Giuseppe Lupo, L’ultima sposa di Palmira, Marsilio (18€).

L’ultima sposa di Palmira è finalista alla XLIX edizione del premio Campiello.

Nel bosco di Aus

Ci sono libri che leggi con l’intenzione di gustarli.

Di assaporare ogni dettaglio.

Ogni singola scelta lessicale.

Ogni accostamento. Ogni suono.

A volte riesci a mantenere il ritmo.

A volte l’interesse scema con l’aumentare del numero delle pagine lette.

A volte vieni travolta. Il libro prende il potere e decreta i tempi di lettura.

Nel bosco di Aus è un libro con potere. Con poteri.

E’ un libro stregato che ti impone di leggere senza prendere fiato.

Come se ti constringesse a correre in un bosco.

In un bosco che nasconde e custodisce.

In un bosco reale, sospeso nel tempo.

E’ un libro inquietante che ti inganna e ti suggerisce una soluzione a cui potresti voler credere.

Ma solo perché sei a corto di ossigeno. Hai corso troppo a lungo e senza meta.

Ci sono libri che – contro la tua volontà – leggi correndo.

E che lasciano solo qualche immagine in movimento nella tua memoria.

Immagini in movimento e una vertigine: ho capito tutto o non ho capito nulla?

Chiara Palazzolo, Nel bosco di Aus, Piemme (€19,50).