Io corro.
Il mio obiettivo è una mezza maratona entro la fine del 2012.
Arrivare al traguardo senza mai camminare.
In meno di 2 ore e mezzo.
Perché? Perché è una cosa che non credevo possibile.
Perché “il corpo è un tempio” come dice Aomame.
E soprattutto perché ho un figlio. Non mi sento particolarmente vecchia, ma so che lo sto diventando.
Un bimbo che cresce sotto il tuo sguardo è un orologio impossibile da ignorare.
Correre mi aiuta a dilatare il tempo. E mentre corro creo un pieno in cui io sono veramente io.
Mentre corro sono certa di chi sono.
E come se riuscissi a toccare l’essenza del mio essere.
Curro ergo sum. Alla faccia del povero Cartesio.
Corro quindi non sono un cervello in una vasca.
Murakami invece corre per “conquistare un vuoto”.
Sì, è un’ossesione. Una compulsione.
Sono invischiata in Murakami.
Ho comprato tutto quello che non avevo letto di suo.
Ieri sera ho finito di leggere L’arte di correre* e questa mattina – mentre mi allenavo – ho capito qual è la parola che lo descrive.
Abnegazione.
Per questo la mia ammirazione per lui sfiora l’adorazione.
Non è uno scrittore à la Bukowski.
Non è genio e sregolatezza.
È genio e abnegazione. Il talento che ci vuole per correre (e scrivere) è un granello in una spiaggia di volontà.
E per riuscire a correre (e a scrivere) bisogna sudare.
Haruki Murakami, L’arte di correre, Einaudi (18 €).
*Non ho letto Murakami nella traduzione italiana. Per questo la citazione è sprovvista di numero di pagina.