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Mi ritrovo spesso a pensare alla voce delle donne.

La Zanardo ci ha aiutati a capire qualcosa in più sulla rappresentazione delle donne in tv.

La Mead – più di sessant’anni fa – ci ha insegnato quanto siano invisibili le donne.

Siamo corpi senza voce. A volte neppure corpi.

A volte le nostre voci sopravvivono ai nostri corpi.

Come la voce di Heloneida Studart.

Pioniera del movimento femminista in Brasile, autrice di romanzi (tutti editi in Italia da Marcos y Marcos).

La libertà è un passero blu, da marzo nella collana miniMARCOS (a soli 10 €).

 

Blue nights

Ero in giro sul web e vedo questa copertina. Bellissima. Uh.

Sembra un Einaudi stile libero.

Il Saggiatore sta cambiando… Leggo il titolo. Blue Nights. Uh.

Non leggo l’autore, ma la scheda.

“Blue Nights sono le ore lunghe e luminose della sera che a New York preannunciano il solstizio d’estate, «l’opposto della morte del fulgore, ma anche il suo annuncio». Sono passati sette anni da quando Joan Didion…”

Joan Didion?! Lei! L’anno del pensiero magico! Non ho capito bene la frase, ma che importa!

Joan Didion!

Salto qualche riga e mi fermo su una frase.

“A fare i conti con la propria, inaspettata vecchiaia.”

Vecchiaia… L’animale morenteNon è un paese per vecchie

In libreria dall’8 marzo.

Sono una lettrice che quando si innamora di un autore legge tutto quello che ha scritto.
Qualche esempio? Murakami. Palazzolo. Lipperini. Márquez. Hesse. Kundera.
Torday.
Paul Torday l’ho conosciuto con La ragazza del ritratto ed è stato amore.
Avevo anche in mente di intervistarlo, ma… Ma questa è un’altra storia.
La flash news è che la Elliot ripubblica Pesca al salmone nello Yemen (prima era un Rizzoli introvabile) a marzo.
E a maggio sarà al cinema per la regia è di Lasse Hallström (quello di Chocolat).
Sceneggiatura del premio Oscar Simon Beaufoy (quello di Slumdog Millionaire).
Gli attori? Ewan McGregor, Emily Blunt e Kristin Scott Thomas.

Paul Torday, Pesca al salmone nello Yemen, Elliot.

L’arte di correre

Io corro.

Il mio obiettivo è una mezza maratona entro la fine del 2012.

Arrivare al traguardo senza mai camminare.

In meno di 2 ore e mezzo.

Perché? Perché è una cosa che non credevo possibile.

Perché “il corpo è un tempio” come dice Aomame.

E soprattutto perché ho un figlio. Non mi sento particolarmente vecchia, ma so che lo sto diventando.

Un bimbo che cresce sotto il tuo sguardo è un orologio impossibile da ignorare.

Correre mi aiuta a dilatare il tempo. E mentre corro creo un pieno in cui io sono veramente io.

Mentre corro sono certa di chi sono.

E come se riuscissi a toccare l’essenza del mio essere.

Curro ergo sum. Alla faccia del povero Cartesio.

Corro quindi non sono un cervello in una vasca.

Murakami invece corre per “conquistare un vuoto”.

Sì, è un’ossesione. Una compulsione.

Sono invischiata in Murakami.

Ho comprato tutto quello che non avevo letto di suo.

Ieri sera ho finito di leggere L’arte di correre* e questa mattina – mentre mi allenavo – ho capito qual è la parola che lo descrive.

Abnegazione.

Per questo la mia ammirazione per lui sfiora l’adorazione.

Non è uno scrittore à la Bukowski.

Non è genio e sregolatezza.

È genio e abnegazione. Il talento che ci vuole per correre (e scrivere) è un granello in una spiaggia di volontà.

E per riuscire a correre (e a scrivere) bisogna sudare.

Haruki Murakami, L’arte di correre, Einaudi (18 €).

*Non ho letto Murakami nella traduzione italiana. Per questo la citazione è sprovvista di numero di pagina.

Mio Miao

Io vivo con un gatto e un bimbo.

Sono due animaletti molto diversi tra loro e non so come riesco a voler bene a entrambi.

Appena ho letto il titolo di questo nuovo illustrato ho sorriso e ho sottoscritto l’abbonamento a Orecchio Acerbo.

Perché i piccoli editori di qualità vanno aiutati e perché questo libro racconta una vera amicizia che io ho visto nascere.

Meno metaforico e lirico del Piccolo Principe e forse proprio per questo più sincero.

Potete scaricare le prime pagine di Mio Miao qui.

Dal 15 febbraio in libreria. Orecchio Acerbo (€ 14).

Tanit

Non sono del tutto priva di immaginazione, ma odio dover inventare il finale per gli altri.
Se comincio a vedere una commedia o una serie tv o una telenovela (o dovrei dire ficton?) non riesco a cambiare canale.
Voglio vederla fine alla fine. Così per i libri.
Sono infuriata con Murakami (o il suo editore?) che ha pubblicato solo i primi due libri di 1Q84. E non lo sarei se avessero dato alle stampe un libro alla volta come avviene per le trilogie.
Perché nel caso Murakami ho come la sensazione che il famoso patto tra editore e lettori di cui si discuteva in un famoso blog di letteratura non venga rispettato. Mi sono sentita presa in giro.
Ma non volevo scrivere della mia ossesione del momento, ma dell’ultimo libro della trilogia di Lara Manni: Tanit.
Ovviamente lo leggerò perché devo sapere come va a finire e perché sento che c’è qualcosa di nuovo… Il suo sottotitolo – La bambina nera – mi inquieta non poco…
In libreria dal 17 febbraio.
Lara Manni, Tanit, Fazi (€18,50).

Una nonna tutta nuova

Se mi fossi iscritta a Medicina e Chirurgia l’avrei fatto per diventare una psichiatra. O una geriatra.

Adoro i vecchietti. Forse perché sono cresciuta vedendo i miei nonni solo due volte all’anno.

Forse perché sono fragili e sapienti.

Ho sfogliato qui le prime pagine di Una nonna tutta nuova e sono sicura che anche a voi verrà una incredibile voglia di abbracciare la nonna di Chicca.

Dal 9 febbraio in libreria. Terre di Mezzo (10 €).