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Sto cercando di pensare in maniera ordinata.

Già, perché io penso sempre, ma di solito sembro più una Cassandra.

Una Cassandra incapace di profezie. Che un altro modo per dire che fisso il vuoto con gli occhi sbarrati.

Una pazza.

Ieri sotto le coperte pensavo a Mancassola.

No, non in quel senso.

Mi chiedevo il perché. La mia domanda preferita da sempre.

Perché ha scritto Non saremo confusi per sempre?

Perché l’ha scritto alla Saviano? Alla Paolini?

Perché ha scelto proprio quelle cinque storie? Perché raccontare di Giuseppe Di Matteo?

Poi a catena tutte le altre. Dove si è documentato Mancassola? Come si sarà sentita Silvia leggendo il libro? Giulia vive ancora con la nonna? E il bimbo? E i genitori di Alfredino? E…

Poi il torpore del sonno mi ha zittita. Almeno fino a questa mattina.

Ero sul punto di scrivere un’email a Mancassola per vomitargli tutte le mie domande quando mi è tornato in mente un meraviglioso post sullo spirito ingenuo.

Un profondo respiro e mi sono lasciata guidare dall’ingenuità.

Squilla il telefono del grafico. No, non ci siamo capiti. Ti ho detto che non voglio quello stupido vermiciattolo a dividere i paragrafi del mio libro. Voglio la lemniscata. Come? E’ il simbolo matematico dell’infinito. Sai qual è, non è vero? Un otto rovesciato… Aspetto le bozze corrette. Sì, voglio vederle ancora un volta. Non credere che io dia l’autorizzazione alla stampa. Sì, passamelo pure. Ernesto – lungo sospiro – non l’ho fatto mettere da Piergiorgio nel contratto perché è parte integrante del libro. Un simbolo che dà speranza a una realtà irreversibile. Che parla al subconscio del lettore…

Marco Mancassola, Non saremo confusi per sempre, Einaudi, (€ 16).

Ho appena finito di tagliare a pezzetti le pesche.

E’ l’unico modo per farmele mangiare.

Sì, a volte mi tratto come se fossi una bambina. Come se fossi mia figlia.

A volte i ricordi della mia infanzia sono così sbiaditi e confusi da sembrare quelli di un’altra persona.

Quelli ascoltati a spizzichi e bocconi durante un pranzo di Natale.

Quelli raccontati da un narratore stanco.

Altre volte sono talmente nitidi e familiari che sono certa di averli vissuti attraverso le pagine di un libro.

Un libro come L’ultima sposa di Palmira.

Palmira è il paese in cui naufragano le mie radici.

Il paese dei cunti di mia nonna Angelina. Il paese di Tano D’Amore. Di Betta Pilusa e di Teddy Biobau.

Il paese in cui tutte le storie, tutte le vicende umane sono intrecciate tra loro.

Il paradiso perduto dell’infanzia. La terra dei ricorsi.

L’ultima sposa di Palmira non è un romanzo. E’ un’edicola votiva a una civiltà antica ormai del tutto estinta.

Una civiltà semplice come il pane e delicatamente complessa come un centrotavola a chiacchierino.

Giuseppe Lupo, L’ultima sposa di Palmira, Marsilio (18€).

L’ultima sposa di Palmira è finalista alla XLIX edizione del premio Campiello.

Nel bosco di Aus

Ci sono libri che leggi con l’intenzione di gustarli.

Di assaporare ogni dettaglio.

Ogni singola scelta lessicale.

Ogni accostamento. Ogni suono.

A volte riesci a mantenere il ritmo.

A volte l’interesse scema con l’aumentare del numero delle pagine lette.

A volte vieni travolta. Il libro prende il potere e decreta i tempi di lettura.

Nel bosco di Aus è un libro con potere. Con poteri.

E’ un libro stregato che ti impone di leggere senza prendere fiato.

Come se ti constringesse a correre in un bosco.

In un bosco che nasconde e custodisce.

In un bosco reale, sospeso nel tempo.

E’ un libro inquietante che ti inganna e ti suggerisce una soluzione a cui potresti voler credere.

Ma solo perché sei a corto di ossigeno. Hai corso troppo a lungo e senza meta.

Ci sono libri che – contro la tua volontà – leggi correndo.

E che lasciano solo qualche immagine in movimento nella tua memoria.

Immagini in movimento e una vertigine: ho capito tutto o non ho capito nulla?

Chiara Palazzolo, Nel bosco di Aus, Piemme (€19,50).

I cani e i lupi

Mio figlio ha quindici giorni ed io non sono Ada.

Veramente non sono neppure Anna.

Sono più che altro un’assenza. Non mi percepisco. Se non come insufficienza.

Di certo mi manca l’intelligenza selvaggia e istintiva di Ada.

Sono più come uno di quei cani vissuti sempre in un appartamento che smarriti si confrontano per la prima volta con la strada. Con le auto che corrono, il cibo da rincorrere, l’acqua da cercare, gli altri cani da cui scappare. Con la vita vera.

Ada è un lupo ed io un cane.

Lei ha quel senso pratico che le fa vivere un’esistenza piena e consapevole di cui io sono totalmente priva. E che le invidio.

È paradossale.

Lei è solo la protagonista di un romanzo ed è più reale di me. Più adeguata alla vita.

Ada è donna. Femmina. Determinata. Impavida.

È una vincente. Nonostante tutto.

È pura forza.

Archetipo della femminilità.

Un inno al matriarcato meravigliosamente composto da Némirovsky.

Un inno senza lirismi. Senza guarnizioni. Senza orpelli.

Io? Io sono lontana.

Mi faccio guidare da chi è più saggio di me. Anche se ha solo quindici giorni.

Irène Némirovsky, I cani e i lupi, Adelphi, € 18,50.

In questi giorni sono scompaginata.

Colpa della primavera anticipata? Forse.

O forse perché sto cercando nella memoria qualche personaggio che mi dia una mano.

Una voce che mi dia almeno due coordinate. Per non perdermi del tutto.

Ed è arrivata.

L’eco di questa voce risuona chiara. Indifferente al tempo che è passato.

Talmente autoritaria da vibrare nella cassa toracica. Come la voce del prete nella predica domenicale.

Una voce che non parla a te. A quella parte fisica di te che respira in questo momento.

Parla a tutte le donne che avresti voluto essere e non sei. A tutte le donne che saresti stata e non sei.

A tutte quelle che potresti ancora essere. A tutte quelle che non potrai e non potresti mai essere.

La voce è quella di Elena Ferrante. La sua scrittura è un mistero che mi affascina ancor più dell’identità della scrittrice.

Una scrittura che è pura forza. Pura rabbia. Pura follia che dirompe e poi si argina in normalità.

Quante vite ha vissuto per riuscire a scrivere, descrivere, far rivivere?

Quante vite posso rivivere, leggere, immaginare per vivere?

Elena Ferrante, I giorni dell’abbandono, E/O (15 €).

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