Avevo iniziato a scrivere d’altro.
Avevo iniziato a scrivere di un libro che mi era piaciuto.
Perché sprecare parole e tempo per qualcosa che non si è amato?
Perché cercare di spiegare – a me stessa – i motivi reconditi della mia incapacità di capire un romanzo chiave del Novecento?
Perché cercare di spiegare – a chi capita qui – i motivi per cui non capisco il postmoderno?
Poi ho pensato che non sono critico. Non ho un editore che mi paga per quello che scrivo. Nessuno mi obbliga a scrivere di un titolo o di un altro. Nessun ufficio stampa mi scriverà mai lanciandomi anatemi in ungherese – che si sa è l’unica lingua umana di cui il diavolo ha stima.
Sono libera. E la libertà va esercita. Come le lingue straniere, altrimenti si dimentica.
E dato che non c’è nessuna ragione per spiegare alcunché io scrivo ciò che mi pare.
In assoluta libertà esercito la mia libertà.
Io il postmoderno non lo capisco.
Forse perché sono una lettrice casalinga. Figlia ignorante della borghesia agiata degli anni ’50. Già perché io ho almeno cinquant’anni. Dentro.
Forse il problema è questo. Sono troppo vecchia per il postmoderno.
Forse sono troppo poco intellettuale.
Forse mi mancano le conoscenze di storia della letteratura per comprende il postmodernismo. Però Shakespeare lo capisco e lo amo senza aver mai studiato letturatura inglese… Sarà che in fondo siamo coetanei?
Io L’opera galleggiante non l’ho capita. E’ un libro che ho letto con difficoltà.
In effetti potrebbe sembrare geniale l’espediente di un far scrivere il libro al proprio protagonista che si dichiara subito un non scrittore e si scusa con il lettore per non saper scrivere.
Lo sarebbe se a scrivere fosse il mio odiato-amato Roth. E non un esordiente con poco mestiere.
L’opera galleggiante assomiglia a una carbonara vegetariana ideata da qualcuno che non conosce la differenza tra cipolla e scalogno e sostiene che è assolutamente indispensabile per la sua creazione il sale rosa dell’Himalaya.
John Barth, L’opera galleggiante, Minimum Fax (€ 9,50).
Intanto, sul fatto che non sei un critico si potrebbe discutere a lungo… critico o meno sei comunque una lettrice forte, perciò hai un duplice diritto a dire la tua: quello che deriva dal consumo del libro, che è già una legittimazione, e quello che deriva dal fatto di essere lettrice con esperienza, che ha sicuramente sviluppato dei parametri un po’ – o molto – superiori a quelli della media (in base a quello che leggi e al fatto che senti il bisogno di parlarne), e questa è una legittimazione forse più forte.
Inoltre, chi ha detto che non si può dichiarare il proprio distacco (o avversione) rispetto a un’opera o un movimento, per quanto consacrati dalla tradizione? Se non lo facesse mai nessuno, non sarebbe come decretare la morte stessa di quelle opere? Come dichiararne la perdita di attualità e collocarle su un ripostiglio in cui nessuno può più toccarle, ma nemmeno interessarsene?
Perciò, continua pure a interessarti come hai fatto finora…
Ps: giusto per curiosità (e perché mi piacciono questi post), di quale altro libro stavi iniziando a scrivere?
Ciao, Daniele! Non è che definedomi una “lettrice con esperienza” volevi dire che sono agée, vero? :P
Grazie per il tuo commento, di cuore.
Stavo inziando a scrivere de “I giorni dell’abbandono” di Elena Ferrante…
un bacio
Anna