Può una cosa piacerti e deluderti allo stesso tempo? E piacerti tanto che la delusione è ancora più grande, tanto grande da portarti ad affermare che non ti piace affatto?
A me è successo con In fuga.
Non mi piace Munro.
Ho amato profondamente perdermi nel paesaggio invernale visto dalla carrozza panoramica di un treno. Ho amato la provincia nella sua descrizione più veriteria
Ho amato lo smalto color succo di more di una cameriera che cerca la figlia. Ho amato la capra che scompare. Ho amato la madre di Juliet.
Ho amato i personaggi maschili. Abbozzati di passaggio. Centro periferico di tutti i racconti.
Ho amato questa raccolta mentre la leggevo.
Poi ho chiuso il libro con la sensazione di aver letto un prontuario di chimica tra donne. Frammenti di libri perduti.
In questo caso la mia antipatia per la misura dei racconti c’era poco. Il problema è una profonda e inamovibile sensazione di non-finito. Ma non come il non-finito della Pietà Rondanini.
Più un incompiuto. Un sospeso. Un disagevole abbandono.
Un poteva essere, ma non saprai cosa è successo perché l’autore è morto prima di finire l’opera. Perché tu, lettore, sei morto e non hai avuto il tempo di finire di leggere la storia.
La nostra dimensione mortale è decisamente deludente.
Non mi piace Munro e non vedo l’ora di leggere tutti i suoi racconti.
Alice Munro, In fuga, Einaudi (€ 11).
Esatto, esatto. E’ così, secondo me, che va percepito il mondo della Munro. Un mondo che attraversiamo e che ci attraversa – come entrare in una stanza ed essere coinvolti in una conversazione già avviata di cui sappiamo poco ma a cui ci appassioniamo, e subito dobbiamo uscire dalla stanza e proseguire oltre.
Non tutti amano la Munro, il non-finito della Munro, come lo chiami giustamente tu. Io lo trovo irresistibile e assolutamente moderno – siamo così non-finiti anche noi…
venerdì 13. Un ottima data per ricredersi :)