Per muovermi a Milano uso la metropolitana. Ho sempre un libro in borsa e il più delle volte leggo.
Anche ieri stavo leggendo. L’intervista a Edward W. Said di Ari Shavit pubblicata ne I Sassi di Nottetempo. E così è capitato che mi sono trovata alla fermata di Romolo, lontanissima da casa.
L’intervista non è molto lunga. Ma la sua lettura va interrotta innumerevoli volte. Per pensare. Capire. Riflettere.
Non è un’intervista rilasciata al telefono. O al bar. O via e-mail. E’ il frutto di una conversazione lunga tre giorni. Said sarebbe morto da lì a tre anni per un tumore allo stomaco.
Nell’intervista parla di politica, di Stato ebraico, di identità, di stato bi-nazionale. Ma parla anche molto di sé.
Racconta di non ricordarsi “il momento esatto in cui la sua famiglia lasciò la casa. Non ha ricordo dell’ultimo giorno, dell’ultimo periodo. Tutto ciò che avvenne fu che all’inizio dell’inverno fecero ritorno nella loro casa al Cairo, come facevano quasi tutti gli anni.
Fu solamente più tardi che venne a sapere che qualcosa di terribile era avvenuto in Palestina” (p.8).
E. W. Said dice di non sentirsi un rifugiato, ma un esule. “Sento di non avere un luogo. Sono tagliato fuori dalle mie origini. [...] potrei descrivere la mia vita come una serie di partenze e ritorni”.
“Ma la partenza è sempre piena di angoscia. Il ritorno sempre incerto. Precario. Così anche quando parto per un breve viaggio riempio sempre in eccesso la valigia nel caso in cui non riesca più a tornare” (p. 42-43).
E’ a questo punto che mi sono incanta. Persa in pensieri informi. Smarrita in una sensazione di insicurezza. Desiderosa di accumulare certezze. Appigli. Speranzosa di riuscire in questo vano tentativo.
Quando mi sono svegliata dai miei pensieri ho ripreso a leggere e ho trovato la solidità della consapevolezza.
“Mi considero un girovago. La mia condizione è quella del viaggiatore, non interessato al possesso del territorio e senza alcun regno da proteggere” (p.46).
Edward W. Said, Il mio diritto al ritorno, Nottetempo (3 €).