Frédéric Pichon deve lasciare Beirut per la Francia.
Decide di farlo in automobile. Con la moglie e i due figli.
Ma non è un viaggio di ritorno fine a se stesso. Le varie tappe saranno le comunità cristiane d’Oriente. Cattolici, ortodossi, maroniti, caldei. E da questo viaggio nasce un libro.
“Fatto innanzitutto di incontri e di persone. Lungo più di seimila chilometri, fin nelle località più remote, abbiamo condiviso la loro intimità, visitato i loro santuari millenari, ascoltato le loro paure riguardo all’avvenire” (p.12).
Il viaggio inizia in Libano dove il figlio maggiore di Pichon balbettando in arabo “faceva i suoi primi passi fra due capitelli corinzi” (p.15).
E come al solito rimango stupita dalla mia incolmabile ignoranza.
Il campo di Dbayeh, uno dei dodici campi palestinesi in Libano, che raccoglie “vittime di un doppio handicap: [...] cristiani e palestinesi. Gli israeliani respingono questi rifugiati in quanto palestinesi; i musulmani palestinesi in quanto cristiani, e quindi sospetti. E i libanesi li considerano innanzitutto come dei palestinesi” (p.22).
La Madonna di Harissa che guarda verso Beirut. Il convento di Saint-Sauveur.
Damour, una città fantasma. Un altro simbolo della brutalità umana. E la forza di Padre Labaky, “un uomo rotondo e giovale, quando parla il francese sembra di ascoltare un poeta tanto egli soppesa e gusta ogni parola che pronuncia. [...] pellegrino infaticabile e fiducioso della causa libanese” (p.66).
Il convento di San Giorgio e San Bacco. Quello di Mar Moussa, “folle impresa di un gesuita italiano, padre Paolo Dall’Oglio che, a ventitré anni, a Beirut si mise a studiare l’arabo e il Corano sotto la supervisione di uno cheikh” (p.105-106).
Incredibile quanto si possa imparare leggendo un libro.
E quante persone si possano conoscere senza averne incrociato lo sguardo.
Frédéric Pichon, Viaggio fra i Cristiani d’Oriente, Lindau (19 €).