A volte, può capitare che tra i libri del programma di un difficile esame di Semiotica ci sia, oltre al sobrio e impegnativo “Apes, Languange and Human Mind” ( edito dalla rigorosa Oxford University Press), anche un testo di Paul Auster.
Stupefacente, no?
E non si tratta di un consolidato classico. La prima pubblicazione è del ’99.
E non si tratta di un libro pomposamente vuoto. Né di un testo che riecheggia diatribe filosofiche infine.
Ma di un romanzo.
Un romanzo che ha come protagonisti Willy e Mr. Bones. Un poeta vagabondo e un bastardino. Un alcolizzato con un tatuaggio di Babbo Natale sul braccio e un cane dall’incredibile intelligenza.
Mr. Bones è cresciuto con Willy. Insieme hanno viaggiato per le strade degli States. Vissuto mille avventure. Ma non potranno continuare a farlo per sempre.
Willy G. Christmas, prima di andarsene, spiega tutto a Mr. Bones.
Gli spiega che dovrà cavarsela da solo. Che dovrà stare attento a tutti gli umani. Soprattutto a quelli che cercheranno di aiutarlo.
Gli spiega anche che esiste un luogo dove l’anima scappa dopo essersi separata dal corpo.
Un luogo chiamato Timbuctú. Che si trova “nel centro di un deserto lontano da New York e Baltimora, lontano dalla Polonia come da qualunque altra città che avevano visitato durante i loro viaggi” (p.41). Un luogo dove animali e umani potranno finalmente parlare tra loro.
Mr Bones capisce tutto. Ricorda tutto. E alla fine si metterà in viaggio per raggiungere Willy a Timbuctú.
Ed è Bonesy il vero protagonista del romanzo. E’ il Mister Saccodipulci che dice/pensa alcune di quelle frasi che andrebbero proprio appuntate e custodite nel taccuino. Rilette e godute più e più volte.
Ecco quella che io ho scelto di trascrivere: “era [...] la prima volta che capiva che la memoria è un luogo, un luogo reale che si può visitare; e che passare qualche momento in compagnia dei morti non è sempre brutto; anzi può rivelarsi una fonte di grande consolazione e felicità” (p. 97-98).
Paul Auster, Timbuctú, Einaudi (9,80 €).