“Questo scritto è rivolto a chi dedica la vita a esplorare grotte profondissime, [...] a chi esplora la speleologia scritta, a chi fa quello che può con amore per il mondo sotterraneo” (p. 9).
Allora non è rivolto certo a me! Io soffro di claustrofobia. E di certo non andrò mai a infilarmi in un buco buio e fangoso.
O almeno così pensavo prima di aver letto “Un color bruno” di Giovanni Badino.
Adesso continuo a soffrire di claustrofobia. Ma potrei infilarmi in un buco buio e fangoso per scoprire le meraviglie ipogee.
Tutto grazie a un agile libro scritto da un fisico. Un professore associato presso l’Università di Torino. Che è anche uno speleologo. Un esploratore.
Anzi no, non è un mero esploratore. E neppure un viaggiatore.
“[...] il termine esploratore ha una connotazione sociale assai positiva e quindi è ambito. Il termine turista, che include fra le sue aristocrazie anche quella degli escursionisti, lo è assai di meno, e quindi è poco usato per auto-definirsi; anche i fumatori panzoni preferiscono dirsi viaggiatori o simili” (p. 84).
Badino appartiene a un’altra categoria ancora. È uno “scopritore”(p. 49).
Gli scopritori hanno il merito, la responsabilità della scoperta e anche la “grande libertà nel come e nel quando divulgare la scoperta” (p. 51). Rendono “accessibili e fruibili da altri zone prima sconosciute” (p. 30).
Questo libro, nato dagli appunti di un viaggio nel bacino amazzonico, racconta di grotte lontane e incredibili. Vicine e semi-sconosciute. Ma non solo. Parla soprattutto di filosofia.
Della filosofia del limite. Della transizione. Dell’equilibrio. Di quel momento fugace in cui la carta ha “un color bruno/ che non è nero ancora e ‘l bianco more” (Alighieri, Inferno XXV).
Di filosofia nel senso etimologico. Di amore per la conoscenza. Quel tipo di amore che ti lascia sempre con una leggera inquietudine di fondo. Che ti spinge a non accontentarti, a voler “vivere direttamente le cose per farle [tue], anche se è faticoso e pericoloso” (p. 9).
Giovanni Badino, Un color bruno, Segnavia (9,50 €).