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Mi è tornato in mente questo libro.

Di nuovo.

E’ un libro che ritorna ciclicamente. Come quei sogni di cui non riesci a sbarazzarti.

Se andassi in analisi ne parlerei con il mio strizzacervelli, ma la mia famiglia è sull’orlo del fallimento e non mi è parso opportuno aggiungere una spesa fissa tanto ingente.

Appena l’ho letto ho pensato subito di scrivere a Lella Costa per supplicarla che ne facesse un monologo dei suoi. Ho nauseato tutti i miei amici parlandone. Mi sono offesa quando qualcuno mi diceva di non averlo letto.

Poi è passata. Ho letto altri libri. Ho avuto altre infatuazioni.

Mi hanno consigliato Everyman di Philip Roth. Mentre lo leggevo l’antipatia che provo per questo mostro sacro della letteratura contemporanea si è tramutata in collera. Perché mi sono ricordata di quanto avevo letto ne L’anno del pensiero magico.

L’autenticità di Joan Didion contro la compiaciuta finzione narrativa di Philip Roth. L’eleganza e la gentilezza contro l’arroganza di raccontare la morte in prima persona.

I miei amici si sono dovuti sorbire un’altra raffica di considerazioni.

Poi è passata.

In questi giorni L’anno del pensiero magico è tornato da me. Perché ho letto un libro scritto con la stessa grazia. Perché mia madre sta affrontando la morte di suo padre.

Non le ho consigliato di leggere Roth. Ma Didion.

Joan Didion, L’anno del pensiero magico, il Saggiatore (€ 14).

Non mi uccidere

Non ho mai amato rileggere i libri già letti. Ora lo odio.

Ho riletto Non mi uccidere per curiosità. Ed è stata un’esperienza traumatica.

E’ stato scoprire uno specchio che riflette il passato e vedere la mia immagine deformata.

Due lunghi minuti di disgusto prima di capire che non era l’immagine ma il ricordo che avevo di me ad essere deformato.

Cinque anni fa avevo chiuso Non mi uccidere pensando: “Mirta-Luna sono io”.

Mirta Fossati ha la mia età. L’avrebbe avuta se non fosse sovramorta.

Le contraddizioni che la definisco sono esattamente quelle che mi caratterizzavano quando ero quella che credevo ancora di essere.

C’è stato un tempo in cui anche io ho creduto di poter amare oltre la morte, di aver ragione mentre ero invischiata nelle conseguenze melmose dei miei errori, di essere pienamente razionale mentre non capivo cosa stesse succedendo a un centimetro dal mio naso.

Il trauma è stato proprio questo. Capire di essere diversa e provare nostalgia per quella che ero.

Per quella accozzaglia di ingenuità, incongruenze e rabbia che senza preavviso è scivolata via dissolvendosi. Con lentezza infinita.

Non rileggerò mai più nessun libro.

Neppure se si tratta di uno dei migliori libri che abbia mai letto. Neppure se è un romanzo di genere che travalica la letteratura di genere. Neppure se l’autrice è l’erede di Shirley Jackson.

Non rileggerò più nessun libro che parla di una me che non c’è più.

Chiara Palazzolo, Non mi uccidere, Piemme (€ 16,50).

Il giovane Holden

holdenHolden direbbe che è schifa. Schifa la maniera in cui quei palloni gonfiati parlano di tutta questa roba. Palloni gonfiati con cui non si può parlare.

La mia grande fortuna è che tutti i palloni gonfiati che millantavano di amare alla follia questo libro in realtà non l’avevano letto.

O l’hanno letto e non ci hanno capito nulla.

E non hanno capito nulla neppure quelli che prendono la scrittura di Salinger come modello. Quelli che provano a scrivere come lui.
Forse neppure io ho capito nulla de Il giovane Holden.

Ma almeno mi sono divertita a leggerlo.

Avrei dovuto leggerlo almeno dieci anni fa. E invece l’ho schivato. Avevo altro per la testa. Dieci anni fa io avevo una dipendenza da Kundera.

Leggerlo alla mia veneranda età è stato imbarazzante. Imbarazzante perché spesso mi sento esattamente come lui.

Alla deriva.

In mezzo a una spirale discendente.

Risucchiata in una vita schifa.

Vorrei avere anche io un’amica come Phoebe. Vorrei che Salinger avesse scritto The Catcher in the Rye con Phoebe come protagonista.

Di più.

Credo che Salinger abbia preso una cantonata pazzesca. La storia da raccontare era quella della sorella di Holden. Ha perso un’occasione e scritto un libro che è solo stile.

Jerome Salinger, Il giovane Holden, Einaudi (€ 12).

In fuga

infugaPuò una cosa piacerti e deluderti allo stesso tempo? E piacerti tanto che la delusione è ancora più grande, tanto grande da portarti ad affermare che non ti piace affatto?

A me è successo con In fuga.

Non mi piace Munro.

Ho amato profondamente perdermi nel paesaggio invernale visto dalla carrozza panoramica di un treno. Ho amato la provincia nella sua descrizione più veriteria

Ho amato lo smalto color succo di more di una cameriera che cerca la figlia. Ho amato la capra che scompare. Ho amato la madre di Juliet.

Ho amato i personaggi maschili. Abbozzati di passaggio. Centro periferico di tutti i racconti.

Ho amato questa raccolta mentre la leggevo.

Poi ho chiuso il libro con la sensazione di aver letto un prontuario di chimica tra donne. Frammenti di libri perduti.

In questo caso la mia antipatia per la misura dei racconti c’era poco. Il problema è una profonda e inamovibile sensazione di non-finito. Ma non come il non-finito della Pietà Rondanini.

Più un incompiuto. Un sospeso. Un disagevole abbandono.

Un poteva essere, ma non saprai cosa è successo perché l’autore è morto prima di finire l’opera. Perché tu, lettore, sei morto e non hai avuto il tempo di finire di leggere la storia.

La nostra dimensione mortale è decisamente deludente.

Non mi piace Munro e non vedo l’ora di leggere tutti i suoi racconti.

Alice Munro, In fuga, Einaudi (€ 11).

LaTaverna Ho finito di leggerlo tre mesi fa e ancora oggi di tanto in tanto mi ritrovo a perdermi nei ricordi de La taverna del Doge Loredan, il primo e per il momento unico libro di Alberto Ongaro che possiedo.

Ieri sera ne ho parlato a cena con una coppia di amici. Non conoscevano Ongaro. Corto Maletese e Hugo Pratt sì, ovviamente.

Alberto Ongaro è molto bravo e troppo sconosciuto. Ed è un peccato.

In un primo momento avevo pensato di proporre alla nostra ministra Gelmini di far leggere nei licei La taverna del Doge Loredan al posto dei Promessi Sposi.

Stupidamente pensavo fosse il modo perfetto per farlo conoscere e conferirgli la giusta posizione nella storia della letteratura italiana.

Il mio entusiasmo per Ongaro mi stava portando a suggerire una terribile punizione.

Non riesco a pensare nulla di peggiore per uno scrittore che assistere alla dissezione brutale e singhizzante della propria opera.

Una lettura frammentata finalizzata alla produzione di sempre inutili e superficiali analisi. Una lettura-spezzatino obbligata e guidata. Il che è una vera e propria contraddizione in termini.

A infastidirmi non è il fatto che mi abbiano costretta all’analisi del personaggio di Lucia al secondo capitolo dei Promessi Sposi, ma che mi hanno fatto perdere l’occasione di amare un libro. Hanno impedito che vivessi nella Milano del Seicento che fossi segregata in un castello.

Forse vorrei frequentare un corso universitario di letteratura italiana in cui mi venisse spiegata la struttura narrativa de La taverna del Doge Loredan. Forse vorrei solo qualcuno con cui parlare dei quattro libri che questo romanzo contiene.

Il libro che Schultz trova, quello che Schultz scrive aggiungendo la sua vicenda e nel quale decide di entrare, quello di cui Schultz fa parte come mero personaggio di un misterioso autore che si intravede nelle ultime pagine e infine c’è il libro edito dalla Piemme.

In giro per il web si dice che Ongaro è noioso. Io non trovo. Può essere un po’ faticoso, ma non di certo soporifero. Forse questi individui definirebbero anche Il nome della rosa noioso.

Come il best seller di Eco La taverna del Doge Loredan è libro che parla di altri libri.

Ed è un capolavoro. Semplicemente.

Alberto Ongaro,  La taverna del Doge Loredan, Piemme (€ 5,90).

L’incubo di Hill House

HillHouseHo conservato questo libro a lungo. Non che aspettassi il giusto allineamento di pianeti favorevoli per leggerlo, volevo solamente ritardare il più possibile il giorno in cui l’avrei finito.

Ho scoperto Shirley Jackson quest’anno con Abbiamo sempre vissuto nel castello. Una mia amica mi ha telefonato entusiasta prannunciandomi “un libro strano di quelli che piacciono a noi”. Di questa assurda affermazione e dell’empatia che mi unisce a Merricat parlerò in un altro momento.

Basterà dire che Shirley Jackson è stata per me una folgorazione. Ho comprato immediatamente la raccolta di racconti La lotteria e L’incubo di Hill House. La raccolta è finita troppo presto. Hill House l’ho custodito fino a una decina di giorni fa quando mi sono risolta a iniziarlo

Ho letto le ultime venti pagine questo pomeriggio. Con la luce del sole che illuminava la stanza. Tutte le finestre, le porte e le portefinestre aperte.

Sì, lo dico candidamente, avevo paura. E ne ho avuta leggendolo di giorno. E ne ho adesso.

Credo si chiami paura, ma non sono certa. È un masso poggiato sul torace, pesante abbastanza da schiacciare e non abbastanza da rendere impossibile il respiro.

E’ un masso viscido che ti scivola appiccicoso addosso.

Pelle d’oca. Non per il freddo, per il disgusto.

Se vi aspettate che siano mostri, fantasmi, licantropi, vampiri, demoni ad abitare tra le pagine di questo romanzo e a minacciare la vostra tranquillità rimerrete delusi.

Il mostro non ha forma, non ha nome, non ha punti deboli. Il mostro è la paura stessa. La paura della paura che si insinua e distrugge.

Distrugge il delicato equilibrio di normalità. Sbaraglia l’omeostasi interna di ogni essere umano. Ti porta alla follia. Ti uccide.

Ma tu non te ne rendi conto. Credi di essere lucida, di controllare la paura, di avere un razionale distacco da ciò che sta succedendo.

Come lettore hai l’assoluta certezza di avere tutto sotto controllo. Hai capito tutto, sorridi compiaciuto alla tua intelligenza, inizi a immaginare cosa accadrà e ti lusinga scoprire che hai ragione.

Ipertrofico e gongolante fino al momento in cui tutti gli altri personaggi ti sembrano folli e ti accorgi di essere impazzito insieme alla protagonista.

(Shirley Jackson, L’incubo di Hill House, Adelphi, € 11,84)

Palline di pane

palline_paneSe avessi letto Palline di pane qualche mese fa l’avrei definito un romanzo bello e divertente.

Da poco però indosso un paio di occhiali nuovi che Loredana Lipperini mi ha fornito in Ancora dalla parte delle bambine. Le lenti graduate mi hanno  causato un fastidioso mal di testa i primi giorni, ma adesso la mia miopia è corretta. Vedo anche le cose distanti.

La storia di Emilia che trascorre le vacanze in Sardegna con figlioletta di sei mesi, figlio-pescatore di undici e baby-sitter con Singer a seguito è molto carina.

Dà l’occasione di creare alcuni divertenti dialoghi al limite di un surreale reale. L’argomentazione di Vittoria per convincere Emilia ad adottare la capra randagia è spassosissima. L’accusa di razzismo nei confronti degli uomini magri dalla quale la protagonista si deve difendere causa un prolungato dolore agli zigomi per il tanto sorridere.

Emilia sembra essere l’unica della compagnia di amici che si ritrovano ogni anno sulla stessa spiaggia a non ripetere luoghi comuni in sempre innovative combinazioni. Sembra l’unica diversa. Lo è. In un certo senso. Ma non riesce a staccarsi completamente dalle condivise assurdità. L’unico a riuscirci è Lars, l’enigmatico amico-marinaio con barca vichinga.

L’egoismo ed egocentrismo di Emilia la risucchia in un paralizzante flusso di coscienza infinito. Sembra una quarantenne intelligente in corto circuito.

E’ talmente presa dai suoi incoerenti e insensati pensieri autoreferenziali che perde il contatto con la realtà. Tra le mille domande che la sommergono non ce n’è una che riguarda la sua baby-sitter che cuce e piange.

Non è superficiale, caricaturale, ridicola come Onofria. Ma rimane un personaggio monodimensionale. Privo di forza. Privo di carattere. Privo di profondità.

Questo non impedisce alle pagine del libro di scorrere veloci tra le dita. E’ ben scritto. Allegro. A tratti acuto. Amabile. Un perfetto romanzo femminile di intrattenimento.

Ed è questo che ho visto indossando i miei nuovi occhiali. Una scrittrice capace che si limita a scrivere da donna per le donne. Un libro da gineceo.Lontano da Harmony, ma non troppo distante dalla chick lit.

E’ un romanzo-metadone. Può aiutare le donne a disintossicarsi dai libretti con copertine rosa.

Paola Mastrocola, Palline di pane, Guanda (7,80€).

Esbat

esbatNei libri capita di incontrare dei personaggi di una negatività e cattiveria temibile per i quali non puoi però esimerti dal provare una certa empatia.

Quando sopraggiunge la morte di questi personaggi – sia anche una morte catartica, esemplare, profondamente giusta e provvidenzialmente dovuta a un deus ex machina da tragedia greca – non puoi fare a meno di dispiacertene.

La Sensei di Esbat è una di questi.

Tutto ha inizio grazie a lei, a causa sua. E’ la forza propulsiva di tutto il romanzo.

La Sensei è la disegnatrice di un famosissimo manga. E’ una donna ricca e realizzata con un’infanzia di solitudine e povertà. E’ una donna metodica, estremamente razionale e profondamente infelice.

La sua vita sarebbe continuata tra un calice di champagne alla fine di una consegna importante e una casa perfetta con vista mare se il gelido, superbo e divino Hyoutsuki non fosse arrivato nel nostro mondo per chiederle di cambiare il finale del suo manga.

Hyoutsuki è un demone. Occhi gialli da felino, chioma d’argento, artigli, corpo da statua. Bellissimo e totalmente ignorante di tutto ciò che riguarda gli uomini.

Commette per presunzione l’errore di svelare alla Sensei il potere che le appartiene.

E’ l’inizio del dramma.

La Sensei si trasforma, sconvolta dalla passione per Hyoutsuki.

Sembra una baccante. Dimostra tutta la sua umanissima forza disumana. E’ un’innamorata razionale. Usa fino all’estremo il suo libero arbitrio, la sua volontà.

Quando la dai per spacciata, quando la vedi già ingoiata dall’abissale vortice dell’impossibile salvezza si aggrappa al nulla con tutta la sua determinazione a sopravvivere e ci riesce.

La Sensei vive. Finisce il manga. O meglio disegna un possibile finale del manga. Viaggia. Pensa al futuro, nuovi progetti, nuove storie. Ma il destino si chiude su di lei come un cerchio ineluttabile.

Varrebbe la pena leggere Esbat solo per la Sensei.

Ma ci sono ben altri motivi per farlo e per aspettare ansiosi che la trilogia sia completa. In primo luogo la trama originale. Non assomiglia a nessun altro romanzo. Poi lo stile. La scrittura è asciutta, calibrata, efficace. La perfettamente plausibile relazione tra mondo reale e fantastico. Poi ci sono altri due personaggi che immagino avranno uno sviluppo esponenziale nei prossimi libri: Yobai il demone che cita il Simposio di Platone e Ivy l’adolescente umana che cerca di cancellare il grigio topo dei suoi capelli.

Lara Manni, Esbat, Feltrinelli (16,50 €)

Il naso di un notaio

IL NASO DI UN NOTAIO Alfred L’Ambert mi ricorda qualcuno, ma non so chi. O meglio non posso dirlo. E non perché tema ripercussioni sulla mia vita, vendette o chissà cosa, non sono tanto egocentrica, ma perché sono educata nel provincialismo piccolo borghese che mi impedisce di mangiarmi le unghie e parlare male delle persone che ho conosciuto.

La razza degli Alfred L’Ambert è ben numerosa e tutti ne hanno conosciuto almeno uno. Si tratta di giovani facoltosi, arroganti, spocchiosi. Profondamente ignoranti. Pieni di fascino su tutte le donne che non sono state vaccinate a tempo debito contro questi “impossibile-resistermi”.

“Il naso di un notaio” racconta la tragica storia del nostro Alfred L’Ambert. Il suo destino è terribile, totalmente dovuto al suo essere, ma orribile. Se mi lasciassi prendere dalle antipatie personali e se non fossi di compassione facile direi che è un destino meritato, ma dato che sono una critica imparziale e oggettiva non lo dirò e sottolineerò invece la maniera irresistibile con cui viene narrata tutta la vicenda.

Prima di tutto la trama. L’Ambert è un trentaduenne che esercita la professione di notaio per “diritto di nascita”, donnaiolo felice fino a quando perde il naso in un duello a causa di una velina ante litteram.

Per essere precisi lo perde ben due volte: prima per via del colpo di sciabola e poi per colpa di un gatto che scappa con il suo naso. Il bel giovane viene riportato al suo palazzo che senza naso e senza prospettive si dispera. Come potrà piacere ancora alle donne senza un profilo?

Entra a questo punto in scena un medico che gli presenta una possibile soluzione. Troviamo quindi il nostro Alfred attaccato con il naso al braccio di un servo, costretto a sopportare lo sconosciuto e maleodorante gemello siamese.

Le sofferenze lo ripagano perché dopo un lungo tempo ha di nuovo un naso ce la sua vita sociale tra teatro e donne. Ma il destino si accanisce contro il suo naso e… lo perde una terza volta.

Autore di questa spassosa storia è il tuttologo Edmond François Valentin About (1828) che “mette in scena una sorta di teatro dell’assurdo per raccontare la normalità della fervida fantasia di fronte alle stravaganti e sconosciute stranezze della Storia”. Già perché si tratta della storia romanzata della rinoplastica. Quello che L’Ambert decide di seguire è il cosiddetto metodo italiano descritto già nel Cinquecento dal medico Leonardo Fioravanti.

Sono due le ragioni per cercare questo libro: la genialità narrativa di About e la postfazione del Rizzardini che ripercorre la storia della rinoplastica tra antichità e Rinascimento,

Edmond François Valentin About, Il naso di un notaio, Lupetti (9 €).

Lo swing del camaleonte

Non ho mai avuto un buon rapporto con la musica. Sono una persona “amusicale”. Incapace di canticchiare La canzone del sole senza suscitare risa o sdegno.

È imbarazzante. Me ne rendo conto. Vorrei dire che è stata colpa della danza classica: ero così concentrata sui movimenti giusti da fare che non ascoltavo la musica. Sentivo solo la mia voce ripetere a mente, una infinità di volte, i numeri da uno a otto.

In realtà la mia ignoranza in campo musicale è causata dal mio scarso interesse per la musica d’oggi. Il mio microcosmo di conoscenza musicale iniziava e finiva con De André.

Questo però non mi ha mai impedito di apprezzare la storia della musica che si intreccia sempre a vicende personali e Storia. Da poco ho avuto l’occasione di scoprire un mondo che conoscevo solo attraverso retrogradi stereotipi.

Lo swing del camaleonte, scritto dal giornalista Frank Tenaille, ripercorre la storia della musica africana dal 1950 a oggi. E’ stato pubblicato per la prima volta in Francia nel 2000. A otto anni di distanza arriva l’edizione italiana (Epoché), arricchita con una postfazione di Claudio Agostoni che aggiorna il saggio di Tenaille fino ai nostri giorni.

Il risultato è una piccola enciclopedia della musica africana che lascia trapelare, tra le righe, l’atmosfera che l’Africa viveva in quegli anni. Una parte interessantissima del volume è costituita dalle appendici, vero strumento per comprendere e approfondire.

Oltre al glossario degli strumenti e alla lista dei generi musicali africani, sono state inserite una bibliografia essenziale (libri, riviste, film e radio) e una discografia selettiva che guidano il lettore alla conquista del territorio semi-sconosciuto della musica africana.

Non consiglio di leggere questo saggio tutto in un fiato. Consultatelo in quando in quando. Leggetene pochi capitoli alla volta cercando di ascoltare subito dopo la musica di cui avete appena letto.

Frank Tenaille, Lo swing del camaleonte, Epoché (16,50 €).

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