Mi è tornato in mente questo libro.
Di nuovo.
E’ un libro che ritorna ciclicamente. Come quei sogni di cui non riesci a sbarazzarti.
Se andassi in analisi ne parlerei con il mio strizzacervelli, ma la mia famiglia è sull’orlo del fallimento e non mi è parso opportuno aggiungere una spesa fissa tanto ingente.
Appena l’ho letto ho pensato subito di scrivere a Lella Costa per supplicarla che ne facesse un monologo dei suoi. Ho nauseato tutti i miei amici parlandone. Mi sono offesa quando qualcuno mi diceva di non averlo letto.
Poi è passata. Ho letto altri libri. Ho avuto altre infatuazioni.
Mi hanno consigliato Everyman di Philip Roth. Mentre lo leggevo l’antipatia che provo per questo mostro sacro della letteratura contemporanea si è tramutata in collera. Perché mi sono ricordata di quanto avevo letto ne L’anno del pensiero magico.
L’autenticità di Joan Didion contro la compiaciuta finzione narrativa di Philip Roth. L’eleganza e la gentilezza contro l’arroganza di raccontare la morte in prima persona.
I miei amici si sono dovuti sorbire un’altra raffica di considerazioni.
Poi è passata.
In questi giorni L’anno del pensiero magico è tornato da me. Perché ho letto un libro scritto con la stessa grazia. Perché mia madre sta affrontando la morte di suo padre.
Non le ho consigliato di leggere Roth. Ma Didion.
Joan Didion, L’anno del pensiero magico, il Saggiatore (€ 14).

Holden direbbe che è schifa. Schifa la maniera in cui quei palloni gonfiati parlano di tutta questa roba. Palloni gonfiati con cui non si può parlare.
Può una cosa piacerti e deluderti allo stesso tempo? E piacerti tanto che la delusione è ancora più grande, tanto grande da portarti ad affermare che non ti piace affatto?
Ho finito di leggerlo tre mesi fa e ancora oggi di tanto in tanto mi ritrovo a perdermi nei ricordi de La taverna del Doge Loredan, il primo e per il momento unico libro di Alberto Ongaro che possiedo.
Ho conservato questo libro a lungo. Non che aspettassi il giusto allineamento di pianeti favorevoli per leggerlo, volevo solamente ritardare il più possibile il giorno in cui l’avrei finito.
Se avessi letto Palline di pane qualche mese fa l’avrei definito un romanzo bello e divertente.
Nei libri capita di incontrare dei personaggi di una negatività e cattiveria temibile per i quali non puoi però esimerti dal provare una certa empatia.
Alfred L’Ambert mi ricorda qualcuno, ma non so chi. O meglio non posso dirlo. E non perché tema ripercussioni sulla mia vita, vendette o chissà cosa, non sono tanto egocentrica, ma perché sono educata nel provincialismo piccolo borghese che mi impedisce di mangiarmi le unghie e parlare male delle persone che ho conosciuto.