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In fuga

infugaPuò una cosa piacerti e deluderti allo stesso tempo? E piacerti tanto che la delusione è ancora più grande, tanto grande da portarti ad affermare che non ti piace affatto?

A me è successo con In fuga.

Non mi piace Munro.

Ho amato profondamente perdermi nel paesaggio invernale visto dalla carrozza panoramica di un treno. Ho amato la provincia nella sua descrizione più veriteria

Ho amato lo smalto color succo di more di una cameriera che cerca la figlia. Ho amato la capra che scompare. Ho amato la madre di Juliet.

Ho amato i personaggi maschili. Abbozzati di passaggio. Centro periferico di tutti i racconti.

Ho amato questa raccolta mentre la leggevo.

Poi ho chiuso il libro con la sensazione di aver letto un prontuario di chimica tra donne. Frammenti di libri perduti.

In questo caso la mia antipatia per la misura dei racconti c’era poco. Il problema è una profonda e inamovibile sensazione di non-finito. Ma non come il non-finito della Pietà Rondanini.

Più un incompiuto. Un sospeso. Un disagevole abbandono.

Un poteva essere, ma non saprai cosa è successo perché l’autore è morto prima di finire l’opera. Perché tu, lettore, sei morto e non hai avuto il tempo di finire di leggere la storia.

La nostra dimensione mortale è decisamente deludente.

Non mi piace Munro e non vedo l’ora di leggere tutti i suoi racconti.

Alice Munro, In fuga, Einaudi (€ 11).

LaTaverna Ho finito di leggerlo tre mesi fa e ancora oggi di tanto in tanto mi ritrovo a perdermi nei ricordi de La taverna del Doge Loredan, il primo e per il momento unico libro di Alberto Ongaro che possiedo.

Ieri sera ne ho parlato a cena con una coppia di amici. Non conoscevano Ongaro. Corto Maletese e Hugo Pratt sì, ovviamente.

Alberto Ongaro è molto bravo e troppo sconosciuto. Ed è un peccato.

In un primo momento avevo pensato di proporre alla nostra ministra Gelmini di far leggere nei licei La taverna del Doge Loredan al posto dei Promessi Sposi.

Stupidamente pensavo fosse il modo perfetto per farlo conoscere e conferirgli la giusta posizione nella storia della letteratura italiana.

Il mio entusiasmo per Ongaro mi stava portando a suggerire una terribile punizione.

Non riesco a pensare nulla di peggiore per uno scrittore che assistere alla dissezione brutale e singhizzante della propria opera.

Una lettura frammentata finalizzata alla produzione di sempre inutili e superficiali analisi. Una lettura-spezzatino obbligata e guidata. Il che è una vera e propria contraddizione in termini.

A infastidirmi non è il fatto che mi abbiano costretta all’analisi del personaggio di Lucia al secondo capitolo dei Promessi Sposi, ma che mi hanno fatto perdere l’occasione di amare un libro. Hanno impedito che vivessi nella Milano del Seicento che fossi segregata in un castello.

Forse vorrei frequentare un corso universitario di letteratura italiana in cui mi venisse spiegata la struttura narrativa de La taverna del Doge Loredan. Forse vorrei solo qualcuno con cui parlare dei quattro libri che questo romanzo contiene.

Il libro che Schultz trova, quello che Schultz scrive aggiungendo la sua vicenda e nel quale decide di entrare, quello di cui Schultz fa parte come mero personaggio di un misterioso autore che si intravede nelle ultime pagine e infine c’è il libro edito dalla Piemme.

In giro per il web si dice che Ongaro è noioso. Io non trovo. Può essere un po’ faticoso, ma non di certo soporifero. Forse questi individui definirebbero anche Il nome della rosa noioso.

Come il best seller di Eco La taverna del Doge Loredan è libro che parla di altri libri.

Ed è un capolavoro. Semplicemente.

Alberto Ongaro,  La taverna del Doge Loredan, Piemme (€ 5,90).

L’incubo di Hill House

HillHouseHo conservato questo libro a lungo. Non che aspettassi il giusto allineamento di pianeti favorevoli per leggerlo, volevo solamente ritardare il più possibile il giorno in cui l’avrei finito.

Ho scoperto Shirley Jackson quest’anno con Abbiamo sempre vissuto nel castello. Una mia amica mi ha telefonato entusiasta prannunciandomi “un libro strano di quelli che piacciono a noi”. Di questa assurda affermazione e dell’empatia che mi unisce a Merricat parlerò in un altro momento.

Basterà dire che Shirley Jackson è stata per me una folgorazione. Ho comprato immediatamente la raccolta di racconti La lotteria e L’incubo di Hill House. La raccolta è finita troppo presto. Hill House l’ho custodito fino a una decina di giorni fa quando mi sono risolta a iniziarlo

Ho letto le ultime venti pagine questo pomeriggio. Con la luce del sole che illuminava la stanza. Tutte le finestre, le porte e le portefinestre aperte.

Sì, lo dico candidamente, avevo paura. E ne ho avuta leggendolo di giorno. E ne ho adesso.

Credo si chiami paura, ma non sono certa. È un masso poggiato sul torace, pesante abbastanza da schiacciare e non abbastanza da rendere impossibile il respiro.

E’ un masso viscido che ti scivola appiccicoso addosso.

Pelle d’oca. Non per il freddo, per il disgusto.

Se vi aspettate che siano mostri, fantasmi, licantropi, vampiri, demoni ad abitare tra le pagine di questo romanzo e a minacciare la vostra tranquillità rimerrete delusi.

Il mostro non ha forma, non ha nome, non ha punti deboli. Il mostro è la paura stessa. La paura della paura che si insinua e distrugge.

Distrugge il delicato equilibrio di normalità. Sbaraglia l’omeostasi interna di ogni essere umano. Ti porta alla follia. Ti uccide.

Ma tu non te ne rendi conto. Credi di essere lucida, di controllare la paura, di avere un razionale distacco da ciò che sta succedendo.

Come lettore hai l’assoluta certezza di avere tutto sotto controllo. Hai capito tutto, sorridi compiaciuto alla tua intelligenza, inizi a immaginare cosa accadrà e ti lusinga scoprire che hai ragione.

Ipertrofico e gongolante fino al momento in cui tutti gli altri personaggi ti sembrano folli e ti accorgi di essere impazzito insieme alla protagonista.

(Shirley Jackson, L’incubo di Hill House, Adelphi, € 11,84)

Palline di pane

palline_paneSe avessi letto Palline di pane qualche mese fa l’avrei definito un romanzo bello e divertente.

Da poco però indosso un paio di occhiali nuovi che Loredana Lipperini mi ha fornito in Ancora dalla parte delle bambine. Le lenti graduate mi hanno  causato un fastidioso mal di testa i primi giorni, ma adesso la mia miopia è corretta. Vedo anche le cose distanti.

La storia di Emilia che trascorre le vacanze in Sardegna con figlioletta di sei mesi, figlio-pescatore di undici e baby-sitter con Singer a seguito è molto carina.

Dà l’occasione di creare alcuni divertenti dialoghi al limite di un surreale reale. L’argomentazione di Vittoria per convincere Emilia ad adottare la capra randagia è spassosissima. L’accusa di razzismo nei confronti degli uomini magri dalla quale la protagonista si deve difendere causa un prolungato dolore agli zigomi per il tanto sorridere.

Emilia sembra essere l’unica della compagnia di amici che si ritrovano ogni anno sulla stessa spiaggia a non ripetere luoghi comuni in sempre innovative combinazioni. Sembra l’unica diversa. Lo è. In un certo senso. Ma non riesce a staccarsi completamente dalle condivise assurdità. L’unico a riuscirci è Lars, l’enigmatico amico-marinaio con barca vichinga.

L’egoismo ed egocentrismo di Emilia la risucchia in un paralizzante flusso di coscienza infinito. Sembra una quarantenne intelligente in corto circuito.

E’ talmente presa dai suoi incoerenti e insensati pensieri autoreferenziali che perde il contatto con la realtà. Tra le mille domande che la sommergono non ce n’è una che riguarda la sua baby-sitter che cuce e piange.

Non è superficiale, caricaturale, ridicola come Onofria. Ma rimane un personaggio monodimensionale. Privo di forza. Privo di carattere. Privo di profondità.

Questo non impedisce alle pagine del libro di scorrere veloci tra le dita. E’ ben scritto. Allegro. A tratti acuto. Amabile. Un perfetto romanzo femminile di intrattenimento.

Ed è questo che ho visto indossando i miei nuovi occhiali. Una scrittrice capace che si limita a scrivere da donna per le donne. Un libro da gineceo.Lontano da Harmony, ma non troppo distante dalla chick lit.

E’ un romanzo-metadone. Può aiutare le donne a disintossicarsi dai libretti con copertine rosa.

Paola Mastrocola, Palline di pane, Guanda (7,80€).

Esbat

esbatNei libri capita di incontrare dei personaggi di una negatività e cattiveria temibile per i quali non puoi però esimerti dal provare una certa empatia.

Quando sopraggiunge la morte di questi personaggi – sia anche una morte catartica, esemplare, profondamente giusta e provvidenzialmente dovuta a un deus ex machina da tragedia greca – non puoi fare a meno di dispiacertene.

La Sensei di Esbat è una di questi.

Tutto ha inizio grazie a lei, a causa sua. E’ la forza propulsiva di tutto il romanzo.

La Sensei è la disegnatrice di un famosissimo manga. E’ una donna ricca e realizzata con un’infanzia di solitudine e povertà. E’ una donna metodica, estremamente razionale e profondamente infelice.

La sua vita sarebbe continuata tra un calice di champagne alla fine di una consegna importante e una casa perfetta con vista mare se il gelido, superbo e divino Hyoutsuki non fosse arrivato nel nostro mondo per chiederle di cambiare il finale del suo manga.

Hyoutsuki è un demone. Occhi gialli da felino, chioma d’argento, artigli, corpo da statua. Bellissimo e totalmente ignorante di tutto ciò che riguarda gli uomini.

Commette per presunzione l’errore di svelare alla Sensei il potere che le appartiene.

E’ l’inizio del dramma.

La Sensei si trasforma, sconvolta dalla passione per Hyoutsuki.

Sembra una baccante. Dimostra tutta la sua umanissima forza disumana. E’ un’innamorata razionale. Usa fino all’estremo il suo libero arbitrio, la sua volontà.

Quando la dai per spacciata, quando la vedi già ingoiata dall’abissale vortice dell’impossibile salvezza si aggrappa al nulla con tutta la sua determinazione a sopravvivere e ci riesce.

La Sensei vive. Finisce il manga. O meglio disegna un possibile finale del manga. Viaggia. Pensa al futuro, nuovi progetti, nuove storie. Ma il destino si chiude su di lei come un cerchio ineluttabile.

Varrebbe la pena leggere Esbat solo per la Sensei.

Ma ci sono ben altri motivi per farlo e per aspettare ansiosi che la trilogia sia completa. In primo luogo la trama originale. Non assomiglia a nessun altro romanzo. Poi lo stile. La scrittura è asciutta, calibrata, efficace. La perfettamente plausibile relazione tra mondo reale e fantastico. Poi ci sono altri due personaggi che immagino avranno uno sviluppo esponenziale nei prossimi libri: Yobai il demone che cita il Simposio di Platone e Ivy l’adolescente umana che cerca di cancellare il grigio topo dei suoi capelli.

Lara Manni, Esbat, Feltrinelli (16,50 €)

Il naso di un notaio

IL NASO DI UN NOTAIO Alfred L’Ambert mi ricorda qualcuno, ma non so chi. O meglio non posso dirlo. E non perché tema ripercussioni sulla mia vita, vendette o chissà cosa, non sono tanto egocentrica, ma perché sono educata nel provincialismo piccolo borghese che mi impedisce di mangiarmi le unghie e parlare male delle persone che ho conosciuto.

La razza degli Alfred L’Ambert è ben numerosa e tutti ne hanno conosciuto almeno uno. Si tratta di giovani facoltosi, arroganti, spocchiosi. Profondamente ignoranti. Pieni di fascino su tutte le donne che non sono state vaccinate a tempo debito contro questi “impossibile-resistermi”.

“Il naso di un notaio” racconta la tragica storia del nostro Alfred L’Ambert. Il suo destino è terribile, totalmente dovuto al suo essere, ma orribile. Se mi lasciassi prendere dalle antipatie personali e se non fossi di compassione facile direi che è un destino meritato, ma dato che sono una critica imparziale e oggettiva non lo dirò e sottolineerò invece la maniera irresistibile con cui viene narrata tutta la vicenda.

Prima di tutto la trama. L’Ambert è un trentaduenne che esercita la professione di notaio per “diritto di nascita”, donnaiolo felice fino a quando perde il naso in un duello a causa di una velina ante litteram.

Per essere precisi lo perde ben due volte: prima per via del colpo di sciabola e poi per colpa di un gatto che scappa con il suo naso. Il bel giovane viene riportato al suo palazzo che senza naso e senza prospettive si dispera. Come potrà piacere ancora alle donne senza un profilo?

Entra a questo punto in scena un medico che gli presenta una possibile soluzione. Troviamo quindi il nostro Alfred attaccato con il naso al braccio di un servo, costretto a sopportare lo sconosciuto e maleodorante gemello siamese.

Le sofferenze lo ripagano perché dopo un lungo tempo ha di nuovo un naso ce la sua vita sociale tra teatro e donne. Ma il destino si accanisce contro il suo naso e… lo perde una terza volta.

Autore di questa spassosa storia è il tuttologo Edmond François Valentin About (1828) che “mette in scena una sorta di teatro dell’assurdo per raccontare la normalità della fervida fantasia di fronte alle stravaganti e sconosciute stranezze della Storia”. Già perché si tratta della storia romanzata della rinoplastica. Quello che L’Ambert decide di seguire è il cosiddetto metodo italiano descritto già nel Cinquecento dal medico Leonardo Fioravanti.

Sono due le ragioni per cercare questo libro: la genialità narrativa di About e la postfazione del Rizzardini che ripercorre la storia della rinoplastica tra antichità e Rinascimento,

Edmond François Valentin About, Il naso di un notaio, Lupetti (9 €).

Lo swing del camaleonte

Non ho mai avuto un buon rapporto con la musica. Sono una persona “amusicale”. Incapace di canticchiare La canzone del sole senza suscitare risa o sdegno.

È imbarazzante. Me ne rendo conto. Vorrei dire che è stata colpa della danza classica: ero così concentrata sui movimenti giusti da fare che non ascoltavo la musica. Sentivo solo la mia voce ripetere a mente, una infinità di volte, i numeri da uno a otto.

In realtà la mia ignoranza in campo musicale è causata dal mio scarso interesse per la musica d’oggi. Il mio microcosmo di conoscenza musicale iniziava e finiva con De André.

Questo però non mi ha mai impedito di apprezzare la storia della musica che si intreccia sempre a vicende personali e Storia. Da poco ho avuto l’occasione di scoprire un mondo che conoscevo solo attraverso retrogradi stereotipi.

Lo swing del camaleonte, scritto dal giornalista Frank Tenaille, ripercorre la storia della musica africana dal 1950 a oggi. E’ stato pubblicato per la prima volta in Francia nel 2000. A otto anni di distanza arriva l’edizione italiana (Epoché), arricchita con una postfazione di Claudio Agostoni che aggiorna il saggio di Tenaille fino ai nostri giorni.

Il risultato è una piccola enciclopedia della musica africana che lascia trapelare, tra le righe, l’atmosfera che l’Africa viveva in quegli anni. Una parte interessantissima del volume è costituita dalle appendici, vero strumento per comprendere e approfondire.

Oltre al glossario degli strumenti e alla lista dei generi musicali africani, sono state inserite una bibliografia essenziale (libri, riviste, film e radio) e una discografia selettiva che guidano il lettore alla conquista del territorio semi-sconosciuto della musica africana.

Non consiglio di leggere questo saggio tutto in un fiato. Consultatelo in quando in quando. Leggetene pochi capitoli alla volta cercando di ascoltare subito dopo la musica di cui avete appena letto.

Frank Tenaille, Lo swing del camaleonte, Epoché (16,50 €).

Una vita libera

La vita di una famiglia cinese negli Stati Uniti d’America raccontata con semplice efficacia da Ha Jin, finalista tre anni fa con War Trash al premio Pulitzer e autore di quattro romanzi e alcune raccolte di poesie e di racconti.

Una vita libera è il suo primo romanzo ambientato negli Stati Uniti d’America. E’ indubbio che prende le mosse dal vissuto di questo scrittore cino-americano che ha abbandonato la Cina nel 1985 e scrive le sue opere in inglese.

Anche Nan Wu, il protagonista, è scappato insieme alla moglie dalla Cina. Rifugiatesi nella patria della realizzazione personale riesce a coronare il loro sogno di ricchezza. Dopo appena quattro anni hanno abbastanza solidità economica per farsi raggiungere dal figlioletto. Riescono anche ad acquistare un ristorante e una casa. Per farlo hanno risparmiato centesimo su centesimo fino ad accatastare in banca un’ingente somma di denaro.
L’ossatura del romanzo si basa sulla faticosa vita della famiglia Wu. Sulla lotta per la sopravvivenza in un paese straniero che offre una possibilità a tutti ed è governato dalle spietate leggi del darwinismo sociale. Il prezzo da pagare non si limita a una vita trascorsa sgobbando, ma comprende anche la rinuncia alle proprie più intime aspirazioni.
Nan accetterà i lavori più diversi. Lavorerà come guardiano notturno di una azienda di materie plastiche. Alla security di un complesso residenziale. Come lavapiatti in un ristorante cinese. Diventerà poi aiuto cuoco e infine imparerà il mestiere di cuoco. Ma non solo, sarà disposto a rinunciare al proprio sogno di diventare uno scrittore pur di realizzarsi economicamente. Sarà un viaggio di ritorno nella sua amata e odiata madre patria a minare le certezze di Nan. A confrontarsi sull’immagine che gli altri hanno di lui.
Un viaggio compiuto con il vivo desiderio di rivedere il suo primo amore che porterà a rincontrare il vero amore. Questa saga individuale si conclude con un climax ascendente che trasformerà Nan in un eroe dei nostri giorni. Un uomo che con sempre maggiore consapevolezza valuta gli aspetti negativi e positivi degli Stati Uniti.
Un uomo che comprende la verità riguardo il suo aver così facilmente accantonato il sogno di una vita e che trova il coraggio di cambiare.

Ha Jin, Una vita libera, Neri Pozza, pp. 703, (22 €).

Te la do io la Cina

Grazie alle Olimpiadi di Beijing la Cina è diventata di gran moda. Le vittorie degli atleti italiani hanno conquistato l’apertura dei nostri telegiornali. Alla faccia della guerra in Georgia.

Il mio agosto, tra la finale del fioretto femminile e gli esercizi di Igor Cassina, è stato allietato da un libro divertente sulla mitica e mal conosciuta Terra di Mezzo.

Si tratta della versione cartacea di un blog in cui un ingegnere elettronico padovano ha raccontato le proprie incredibili esperienze fatte durante il suo soggiorno cinese.

Gli episodi raccontati sono rocamboleschi e paradossali al punto che a volte sembra impossibile credere che l’ingegner TomcatUSA non li abbia inventati.

Un libro indispensabile a tutti gli occidentali che hanno in progetto di lavorare in Cina. Necessario per prepararsi psicologicamente all’enorme salto culturale che stanno per compiere.

Un libro che aiuta a comprendere meglio la mentalità degli abitanti di questo enorme paese che ha dominato le Olimpiadi e sta dominando l’economia mondiale.

Interessantissima lettura per comprendere come lavorano le fabbriche cinesi, quali siano gli standard di qualità e in che modo avvenga la comunicazione quotidiana face to face e al telefono con e tra i cinesi.

Per capire come si svolga la cerimonia dello scambio dei bigliettini da visita e quali siano le mansioni di un “Engineering Majordomo” (p. 180). Per imparare a prendere un taxi e rassegnarsi al principio di indeterminazione applicato al sistema Cina (pag. 26).

Per prepararsi ad affrontare i voli e soprattutto gli atterraggi in Cina (p. 175) e la burocrazia anarchica di questo paese (p. 273).

Oltre a queste e altre informazioni importantissime per chi si accinge a un soggiorno in Cina l’autore ci offre una acuta e intensa riflessione sull’Italia (p. 163).

Dopo un anno TomcatUSA ritorna in patria per qualche settimana di vacanza e scopre un paese in piena decadenza. Un paese in cui l’assurdo è diventato all’ordine del giorno. In cui nessuno si scandalizza di nulla.

TomcatUSA, Te la do io la Cina, Mursia, p. 324 (16 €).

Premio Strega di quest’anno. Opera prima di un dottorando in fisica. Un ventiseienne di Torino. Insomma ha la mia età Paolo Giordano. Ha la mia età e pubblica con la Mondadori.

Per invidia mi sono tenuta alla larga da questo romanzo. Ho criticato con tono acido da zia zitella la copertina. “Che orrore! Sembra la foto di un bambino che si nasconde da un pedofilo!” E mi sono scandalizzata per il prezzo. “E’ troppo! Aspetterò il tascabile”.

Alla fine però la curiosità ha avuto la meglio. L’ho chiesto in prestito a una mia cara amica che me ne ha regalato una copia per il mio onomastico.

Non l’ho iniziato subito. L’ho lasciato tra gli altri libri. Doveva aspettare che finissi le altre letture. Erano prioritarie. Quando finalmente è arrivato il suo turno l’ho letto in una notte.

E’ scritto bene. Non sembra il primo romanzo di un esordiente così giovane. Non ci sono sbavature. Né nella trama né nella scrittura. Nessuna ingenuità da parte di Giordano. Ha evitato anche un finale scontato e romantico scegliendone uno che ben si armonizza con i personaggi. O meglio con il protagonista, Mattia.

Anche se viene dedicata più spazio ad Alice, anche se il romanzo si apre e si chiude in un cerchio perfetto su di lei, è Mattia la figura più carismatica del romanzo. Quella più interessante, più complicata.

Non credo che Giordano abbia scelto di descrivere Mattia facendosi aiutare da Alice per caso. Credo fosse l’unica possibilità praticabile per scrivere di Mattia senza far diventare il romanzo la descrizione della realtà deformata di una “beautiful mind”.

Mi è piaciuto Mattia. Come Nadia ne sono rimasta affascinata. Un ragazzo che si tormenta. Che vive con il rimorso. E’ sua la colpa. Ne sente il peso enorme su di sé. Mattia ama gli ambienti anonimi. Asettici. Un genio che con una inumana intelligenza e una umanissima sensibilità.

Avrei voluto che gli fosse concessa la scena finale. Avrei voluto che il romanzo finisse con “Poco più in là lo aspettavano una doccia, una tazza di tè e una giornata come tante e a lui non serviva nient’altro” (p. 301) e non con la scena di Alice sdraiata nello stesso parco dove Mattia aveva abbandona Michela che sorride “verso il cielo terso” perché sa che “con un po’ di fatica” è in grado di “alzarsi da sola” (p.304).

Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, Mondadori (18 €).

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