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Fossi stata in una libreria italiana non l’avrei neppure preso in mano questo libro.

Il cadavere di una ragazza senza braccio sinistro che sprofonda nel mare?!

E un titolo così melodrammatico?!

Il contrasto non mi avrebbe incuriosita.

Invece – in una libreria al di là dell’oceano – ho iniziato a leggerlo.

Perché in copertina c’è una ragazza disegnata in azzurro che nuota tra le onde spumose del mare.

Perché lo stesso editore pubblica Murakami.

Le prime righe non mi hanno colpita, ma la signora in lino bianco sì.

L’ho accompagnata fino alla fabbrica di tonno.

La sua reazione sarebbe stata la mia.

Empatia.

Qui potete leggere il primo capitolo. E capire se c’è empatia tra voi e la zia Isabelle.

La donna che si immerse nel cuore del mondo, Sabina Berman.

Il grande cavallo blu

Sono cresciuta in una cittadina del nord-est. Un paese della provincia veneta.
E ovviamente andavo a catechismo il mercoledì e il sabato a scout.
E con gli scout – una volta all’anno – organizzavamo un pomeriggio di animazione. Nel manicomio del paese.
Mi ricordo le unghie macchiate di nicotina della donna con cui ballavo “Marina”.
Mi ricordo gli sguardi stupiti e i sorrisi sgangherati.
A me piacciono i matti. E io piaccio a loro.
Una volta – dieci anni fa – un matto di paese che andava in giro in bici e dirigeva il traffico mi ha addirittura chiesta in matrimonio.
Evidentemente perché anche io sono un po’ matta.
E anche Irène Cohen-Janca lo è.
Perché non avrebbe potuto scrivere un libro come Il grande cavallo blu.
Non avrebbe dato voce a Paolo e non avrebbe fatto dire al nonno di Paolo questo:

“Se i matti fossero trasparenti, dentro di loro si potrebbe vedere una sola idea. Unica. Immensa. Un’idea che invade tutto, come quegli alberi vicino ai quali non cresce nulla. Un’idea fissa come una prigione dove il matto è rinchiuso. Come una spina piantata nel cuore e che nulla può strappare, neppure la più grossa delle tenaglie”.

E non avrebbe saputo descrivere i matti così:

“Non hanno età.
Ci sono giovani che sembrano vecchi
e vecchi che sembrano bambini.
I loro occhi possono lanciare fiamme o rimanere completamente spenti. Sono spesso dolcissimi e a volte cattivissimi. E talvolta così brutti che fa paura guardarli. Non sanno come ci si comporta a tavola, né per strada. Né in nessun altro luogo. Hanno strane idee e paure terribili. Come Sandro che resta per ore fisso, immobile. Crede di essere di vetro, quindi si muove molto poco e molto adagio, perché ha paura di rompersi.”

Leggetelo, è un libro bellissimo. Anche per chi non è matto.

Irène Cohen-Janca, Il grande cavallo blu, Orecchio acerbo (€ 12,50).
Le illustrazioni sono di M. A. C. Quarello.

Qualche tempo fa ho intervistato Chiara Palazzolo per Caffè ArT-Za e oggi – dato che Non mi uccidere esce nei Bestseller Piemme – ho deciso di postarla qui.
Come ci si sente all’ennesima edizione del primo libro della Trilogia di Mirta-Luna? E quante sono state?

E’ molto emozionante. Non mi uccidere è uscito per la prima volta nel 2005, sette anni fa, e da allora ha avuto svariate edizioni hard cover, l’edizione pocket, è disponibile in eBook… adesso questa riedizione di Non mi uccidere nei Bestseller Piemme, cui faranno seguito a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro gli altri due volumi, Strappami il cuore e Ti porterò nel sangue, testimonia della vitalità della trilogia. Un lavoro che è stato per me uno spartiacque importantissimo.

Non mi uccidere ha una protagonista – Mirta-Luna – caratterizzata da una forza incredibile. Talmente abbacinante da rendere invisibile al lettore la struttura del romanzo. Una struttura che al pari di tutti gli altri suoi romanzi è portante…

Senz’altro è così. Non mi uccidere è un romanzo tutto giocato sulla struttura del linguaggio. Mirta scaturisce dalla sua stessa capacità/incapacità di parlare. Da un lato è afasica perché viene dalla morte, ma allo stesso tempo parla continuamente. Il romanzo è la sua voce. Una voce che esprime un vuoto. Gianni Romoli – che ha sceneggiato Non mi uccidere e vorrebbe trarne un film – lo ha definito un paesaggio con figura perché il romanzo, nonostante i colpi di scena e le scene di azione, è la rappresentazione di una solitudine totale. Per questo è scritto in una paratassi strettissima. In Non mi uccidere ho completamente destrutturato il linguaggio. Sono arrivata ad azzerarlo e così facendo sono riuscita a trovare anche la mia voce di scrittrice.

Mirta, come tutte le protagoniste dei suoi romanzi, ha una forza nascosta di cui è inizialmente inconsapevole.

Sono convinta che le persone non siano la somma delle loro azioni o dei piccoli pregiudizi che hanno. Nel profondo di ciascuno di noi c’è qualcosa di completamente diverso che giace… Esattamente come Luna giace dentro Mirta fino a quando non ha la forza di alzarsi, frantumare il sepolcro e affrontare il mondo. Dentro il nostro corpo si annidano personalità completamente sconosciute, ignote.

È interessante come questa sua concezione filosofia si rispecchi nei suoi romanzi… Come il corpo ha un ruolo tanto importante così la struttura dei suoi libri pur essendo – oltre che importante, portante – risulta quasi impercettibile ai lettori.

Il corpo ha una importanza fondamentale, e crescente, nei miei romanzi. Per rubare un celebre titolo di Jeanette Winterson, una delle scrittrici che più amo, i miei romanzi sono scritti col corpo. Anzi, per essere esatti, sono scritti con quella “mente incorporata” che è il portato ultimo della filosofia del linguaggio. E non potrebbe essere diversamente, dopo il superamento operato a partire da Ludwig Wittgenstein del tradizionale dualismo mente-corpo.

A proposito di Wittgenstein… Witt, il fantasma che accompagna Mirta per un lungo tratto del romanzo, è il filosofo austriaco? Come è nato il suo personaggio?

Sì, è proprio lui. Ma più che un fantasma lo definirei uno spirito guida. Mirta si trova per la prima volta completamente sola ad affrontare un mondo selvaggio – per citare Cat Stevens – e Wittgenstein le suggerisce come stare al mondo.

Witt – il nomignolo con cui Mirta lo chiama, quasi a colmare la distanza che c’è tra loro – è nato da una parte da una scommessa letteraria: far interagire una qualsiasi ragazza di oggi, se pur intelligente, con uno dei massimi esponenti della filosofia del Novecento, peraltro un filosofo del linguaggio. E solo un filosofo del linguaggio poteva suggerire a Mirta un linguaggio nuovo, un linguaggio del trauma.

Il Wittgenstein di Non mi uccidere, peraltro, ha grosso modo l’età di Mirta, è il Witt ventenne che combatte sul fronte e scrive i Diari segreti. Entrambi vivono in periodi di grande crisi, per Wittgenstein quella di inizio Novecento che sfocerà nella Prima Guerra Mondiale e per Mirta quella dei nostri Duemila che vede il suo culmine nella tragedia delle Torri Gemelle. Per questo Witt riesce a soccorrere la sensazione di incomprensibilità del mondo in cui Mirta si dibatte.

Ma non solo. Mirta e Wittgenstein hanno un altro punto in comune. Sono morti entrambi. Il contesto metaletterario in cui si muovono è l’aldilà pagano, il luogo dove le ombre degli eroi si trascinano nel ricordo di quello che furono in vita. E’ questo il “lago di tenebra” – espressione peraltro wittgensteniana – in cui sono immersi.

Lei descrive Wittgenstein come se fosse un investigatore…

In verità lo era. E indossava davvero un impermeabile stretto in vita. Era un vezzo. Un vezzo che ha un forte riflesso nella sua opera filosofica. Wittgenstein paragonava l’attività del filosofo a quella dell’investigatore. Peraltro adorava i noir degli anni Trenta… Voglio dire che quello dei miei libri è un Wittgenstein assolutamente realistico, costruito sui documenti, gli aneddoti e le testimonianze. Anche i dialoghi sono desunti dalle lettere, dagli aforismi, dai Diari Segreti che ci ha lasciato. E proprio i Diari segreti di Wittgenstein Mirta stava studiando poco prima di morire, un testo a cui Mirta attinge continuamente – in un gioco di specchi – nei dialoghi con Witt. La cultura gioca un ruolo importante in questo rapporto, intendo dire. Witt e Mirta comunicano solo in virtù di un codice culturale. Anzi, talvolta ho l’impressione che Non mi uccidere sia principalmente la storia di un confronto tra Mirta e Witt, vale a dire di una studentessa del Duemila con il suo bagaglio culturale. E che questo sia un confronto/scontro sanguinoso…

Che cos’è la cultura per lei?

Una possibilità di comunicare. O di fraintendersi fino alla rovina, appunto.

Breaking ground in…

Vi ricordate la mia avventura belga?
Da oggi riparte l’avventura, ma in una nuova città: Milano.
ArT-Za si è trasferita nella capitale italiana del design e mi ha chiesto di curare una rubrica di interviste!
Ovviamente ho iniziato con la mia autrice italiana preferita… Chiara Palazzolo.
(Sì, alche lei è una piccola ossessione… come Roth, Murakami…)
Bando alle disgressioni, se volete sapere qualcosa in più su Witt-Wittgenstein qui trovate l’intervista.

Il circo della notte

Il bello di abitare all’estero, essere distratta e non essere iscritta alla newsletter della Rizzoli?
Andare in libreria e comprare un libro perché profuma di buono. Perché l’incipit non è male e la cover bellissima.
Anche se si tratta di un esordio cullato dalle braccia di un grosso editore (Doubleday).
Anche se ho paura degli editori che prendono giovani scrittori e li lanciano.
In libreria e nell’ostile mondo letterario con la famosa tecnica del “nuota-o-affoga”.
Ad ogni modo ieri ho comprato Il circo della notte.
E non l’avrei fatto se avessi visto tutto l’ambaradan che ha montato l’editore italiano.
Me ne pentirò?
In libreria per la Rizzoli (18,50€).

Amo Trieste.
E’ una Parigi ventosa e in riva al mare.
E’ elegante, ma non snob.
Ed è poetica.
Come questo libro che è ambientato a Trieste. Come faccio a capirlo se non l’ho letto?
La copertina. L’autrice di cui ho sfogliato L’albero di Anne durante Più libri più liberi.
E il soggetto. Un bambino che vive in un ospedale. “Un ospedale molto speciale, dove si cura chi ha male all’anima. Chiuso tra le cancellate invalicabili dell’ospedale, trascorre i suoi pomeriggi insieme con l’uomo-trottola, la donna scalza, l’uomo albero… Fino al giorno in cui un nuovo dottore, ostinato come il vento e matto da legare [...] Franco Basaglia.”
Irène Cohen-Janca, Il grande cavallo blu.
Da aprile in libreria per Orecchio Acerbo.

Chiara Palazzolo

È un piacere intervistare la mia scrittrice italiana preferita: Chiara Palazzolo. Ha esordito nel 2000 con La casa della festa (Marsilio). Da allora ha regalato a noi lettori I bambini sono tornati (2003), la Trilogia di Mirta-Luna (Non mi uccidere (2005), Strappami il cuore (2006) e Ti porterò nel sangue (2007)) e Nel bosco di Aus (2011). Tutti per Piemme.

La casa della festa è il suo primo romanzo pubblicato. Ma è anche il primo a essere stato scritto?

Sì, assolutamente. Esclusi ovviamente i romanzi giovanili.

Romanzi giovanili?

Dai 12 ai 18 anni ho scritto dei racconti lunghi, lunghissimi. Ma non erano assolutamente legati a una prospettiva di pubblicazione. Erano solo laboratorio. Ed è stato uno degli esercizi più proficui e gratuiti – nel senso migliore del termine – della mia vita perché io scrivevo solo per il piacere di scrivere. Questa scrittura-laboratorio è tipica di quegli scrittori che si sono formati fino agli anni ’70-’80. Solo dopo si è sviluppato il fenomeno dei baby-scrittori. Cosa che trovo incomprensibile perché la maggior parte degli scritti giovanili sono immaturi – di autori come Moravia, Soldati, Françoise Sagan che hanno esordito giovanni, ma con opere già mature ce ne sono pochissimi. Puntare alla pubblicazione quando l’autore non ancora formato è assolutamente deleterio. È necessario avere senso di responsabilità, e un minimo di vita vissuta alle spalle, per scrivere. Certo, io sono di un’altra generazione. Durante la mia adolescenza scrivere non era che un prolungamento della lettura.

Scusi la domanda indiscreta, ma quanti anni aveva quando ha scritto La casa della festa?

Ero già trentenne. Lavoravo come giornalista e leggendo i racconti di Virginia Woolf mi sono imbattuta in una frase: “Dove siamo? Quale sarà la casa della festa?”. Queste parole hanno aperto di fronte ai miei occhi il mondo di inquieta attesa che regna nel mio primo romanzo. Poco dopo, durante una cena, una mia conoscente si è voltata verso di me per dirmi qualcosa e dal suo gesto, da quel movimento d’aria, è scaturita La casa della festa con la sua protagonista, Diana.

Non avrei mai immaginato che fosse nato così. Proprio perché ha una struttura così ben congegnata…

In realtà è il punto di vista che gira tra i diversi convitati a formare la struttura de La casa della festa. Questa struttura – che ha anche un pendant metaforico nelle istruzioni per poter fare un centrino a uncinetto – è nata dalla ricerca del modo di raccontare la storia. Io do molta importanza agli aspetti formali – ne La casa della festa il linguaggio, il fraseggio, la sintassi sono lo specchio di una struttura complessa formata da cerchi concentrici – per questo il romanzo è nato sì da un’ispirazione forte, ma soprattutto un’ispirazione fredda.

Il suo esordio e il suo ultimo romanzo [Nel bosco di Aus, Piemme (2011) NdR.] hanno in comune anche l’unità di luogo.

Nel caso del Nel bosco di Aus è un’unità più complessa perché Carla [la protagonista del romanzo NdR] si muove dentro e fuori dal bosco. Ma l’ambiente chiuso, caustrofobico del bosco assomiglia da questo punto di vista all’ambientazione de La casa della festa.
Ci sono altri punti di contatto molto forti. Le protagoniste dei miei romanzi per quanto siano differenti – Carla una super mamma, Diana una donna scostante e anaffettiva che non ha potuto avere figli, Marella [protagonista de I bambini sono tornati, Piemme (2003) NdR] una semplice donna del Sud – non coltivano interessi intellettuali. Sono delle donne che vivono con grande energia, senza eccessive preoccupazioni intellettuali, immerse nel flusso della vita. Come le protagoniste dei romanzi di Virginia Woolf, basti pensare a Clara di La signora Dalloway, con le sue grandi capacità organizzative, e all’adorabile signora Ramsay di Gita al faro. E come la Woolf anche io sono lontanissima dalle mie protagoniste. Di certo io rifuggo i personaggi intellettuali forse perché avverto in loro un vuoto di energia, di vera umanità. L’unico personaggio intellettuale a cui ho dato vita è Mirta. Lei è una ragazza intelligente, di buone letture e totalmente priva di esperienza, ma questo ha ben poca importanza nell’inferno in cui è scaraventata.

Tutte le sue protagoniste, comprese quelle dei racconti (mi riferisco ad Alia e Plastic), sono delle persone normali che si trovano a dover affrontare una difficoltà, un ribaltamento. Ognuna però reagisce in maniera differente. Per questo descriverei tutti i suoi romanzi, più che di formazione, di trasformazione.

Mi sembra una definizione perfetta. Intanto per un motivo classico del romanzo: si può raccontare una storia se questa scaturisce da un conflitto. L’immaginazione deve partire sempre da una situazione di crisi. Senza conflitto non c’è storia. Le mie protagoniste reagiscono tutte a una situazione nuova e incomprensibile, ma sono persone qualsiasi. Questo perché il romanzo è – e deve rimanere – un genere di intrattenimento. Il lettore deve identificarsi con i personaggi… tutti noi, lettori e scrittori, siamo persone qualsiasi.

Rebecca Mason scrive su gruppo di Facebook a lei dedicato: “Un filo rosso lega Marella a Carla, in realtà. Carla è ciò che Marella avrebbe potuto diventare, se solo il tempo e il caso avessero fatto il loro corso. Il percorso di Marella pertanto ne usciva già ostacolato e deviato – si frapponevano ciò che detta il caso o la sorte appunto, come la si voglia chiamare. L’incubo dei cristalli infranti è costantemente tenuto a bada invece dalla Super Carla – che arriva a offrire “se stessa” pur di allontantanare da sè l’immane sacrificio… la sepoltura del figlio inteso come abdicazione del futuro – o infine della possibilità stessa di attivare qualsiasi futuro. Nella prospettiva vertiginosa – ma concreta – che separa/unisce Marella da Carla si ravvisa già uno di quei tratti peculiari della singolare produzione palazzoliana.”
Cosa ne pensa?

Sono assolutamente d’accordo sull’assunto di base di questo commento che tocca le strutture profonde dei personaggi e della mia stessa scrittura. È assolutamente vero che Marella è una Carla mancata. Potrebbero essere amiche e addirittura soggiornare nello stesso romanzo. Ma Super Carla non permetta che la vita le faccia subire quella perdita irrimediabile che Marella ha subito. Carla è l’apotesi di Marella. La sua energia le permette di entrare e uscire dal tempo pur di conquistarsi un futuro. Una forza abbacinante si cela dentro questo personaggio opaco. Una forza che giace nel nostro corpo.

Un’ultima domanda. Ha riletto La casa della festa?

Non sono sicura di averlo riletto dopo la pubblicazione. Sono riuscita a rileggere per intero solo I bambini sono tornati, Non mi uccidere e Strappami il cuore. Negli altri c’è ancora qualcosa che mi respinge… Come se fosse incestuoso rileggersi. Per questo l’ho sempre fatto di nascosto.