Qualche tempo fa ho intervistato Chiara Palazzolo per Caffè ArT-Za e oggi – dato che Non mi uccidere esce nei Bestseller Piemme – ho deciso di postarla qui.
Come ci si sente all’ennesima edizione del primo libro della Trilogia di Mirta-Luna? E quante sono state?
E’ molto emozionante. Non mi uccidere è uscito per la prima volta nel 2005, sette anni fa, e da allora ha avuto svariate edizioni hard cover, l’edizione pocket, è disponibile in eBook… adesso questa riedizione di Non mi uccidere nei Bestseller Piemme, cui faranno seguito a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro gli altri due volumi, Strappami il cuore e Ti porterò nel sangue, testimonia della vitalità della trilogia. Un lavoro che è stato per me uno spartiacque importantissimo.
Non mi uccidere ha una protagonista – Mirta-Luna – caratterizzata da una forza incredibile. Talmente abbacinante da rendere invisibile al lettore la struttura del romanzo. Una struttura che al pari di tutti gli altri suoi romanzi è portante…
Senz’altro è così. Non mi uccidere è un romanzo tutto giocato sulla struttura del linguaggio. Mirta scaturisce dalla sua stessa capacità/incapacità di parlare. Da un lato è afasica perché viene dalla morte, ma allo stesso tempo parla continuamente. Il romanzo è la sua voce. Una voce che esprime un vuoto. Gianni Romoli – che ha sceneggiato Non mi uccidere e vorrebbe trarne un film – lo ha definito un paesaggio con figura perché il romanzo, nonostante i colpi di scena e le scene di azione, è la rappresentazione di una solitudine totale. Per questo è scritto in una paratassi strettissima. In Non mi uccidere ho completamente destrutturato il linguaggio. Sono arrivata ad azzerarlo e così facendo sono riuscita a trovare anche la mia voce di scrittrice.
Mirta, come tutte le protagoniste dei suoi romanzi, ha una forza nascosta di cui è inizialmente inconsapevole.
Sono convinta che le persone non siano la somma delle loro azioni o dei piccoli pregiudizi che hanno. Nel profondo di ciascuno di noi c’è qualcosa di completamente diverso che giace… Esattamente come Luna giace dentro Mirta fino a quando non ha la forza di alzarsi, frantumare il sepolcro e affrontare il mondo. Dentro il nostro corpo si annidano personalità completamente sconosciute, ignote.
È interessante come questa sua concezione filosofia si rispecchi nei suoi romanzi… Come il corpo ha un ruolo tanto importante così la struttura dei suoi libri pur essendo – oltre che importante, portante – risulta quasi impercettibile ai lettori.
Il corpo ha una importanza fondamentale, e crescente, nei miei romanzi. Per rubare un celebre titolo di Jeanette Winterson, una delle scrittrici che più amo, i miei romanzi sono scritti col corpo. Anzi, per essere esatti, sono scritti con quella “mente incorporata” che è il portato ultimo della filosofia del linguaggio. E non potrebbe essere diversamente, dopo il superamento operato a partire da Ludwig Wittgenstein del tradizionale dualismo mente-corpo.
A proposito di Wittgenstein… Witt, il fantasma che accompagna Mirta per un lungo tratto del romanzo, è il filosofo austriaco? Come è nato il suo personaggio?
Sì, è proprio lui. Ma più che un fantasma lo definirei uno spirito guida. Mirta si trova per la prima volta completamente sola ad affrontare un mondo selvaggio – per citare Cat Stevens – e Wittgenstein le suggerisce come stare al mondo.
Witt – il nomignolo con cui Mirta lo chiama, quasi a colmare la distanza che c’è tra loro – è nato da una parte da una scommessa letteraria: far interagire una qualsiasi ragazza di oggi, se pur intelligente, con uno dei massimi esponenti della filosofia del Novecento, peraltro un filosofo del linguaggio. E solo un filosofo del linguaggio poteva suggerire a Mirta un linguaggio nuovo, un linguaggio del trauma.
Il Wittgenstein di Non mi uccidere, peraltro, ha grosso modo l’età di Mirta, è il Witt ventenne che combatte sul fronte e scrive i Diari segreti. Entrambi vivono in periodi di grande crisi, per Wittgenstein quella di inizio Novecento che sfocerà nella Prima Guerra Mondiale e per Mirta quella dei nostri Duemila che vede il suo culmine nella tragedia delle Torri Gemelle. Per questo Witt riesce a soccorrere la sensazione di incomprensibilità del mondo in cui Mirta si dibatte.
Ma non solo. Mirta e Wittgenstein hanno un altro punto in comune. Sono morti entrambi. Il contesto metaletterario in cui si muovono è l’aldilà pagano, il luogo dove le ombre degli eroi si trascinano nel ricordo di quello che furono in vita. E’ questo il “lago di tenebra” – espressione peraltro wittgensteniana – in cui sono immersi.
Lei descrive Wittgenstein come se fosse un investigatore…
In verità lo era. E indossava davvero un impermeabile stretto in vita. Era un vezzo. Un vezzo che ha un forte riflesso nella sua opera filosofica. Wittgenstein paragonava l’attività del filosofo a quella dell’investigatore. Peraltro adorava i noir degli anni Trenta… Voglio dire che quello dei miei libri è un Wittgenstein assolutamente realistico, costruito sui documenti, gli aneddoti e le testimonianze. Anche i dialoghi sono desunti dalle lettere, dagli aforismi, dai Diari Segreti che ci ha lasciato. E proprio i Diari segreti di Wittgenstein Mirta stava studiando poco prima di morire, un testo a cui Mirta attinge continuamente – in un gioco di specchi – nei dialoghi con Witt. La cultura gioca un ruolo importante in questo rapporto, intendo dire. Witt e Mirta comunicano solo in virtù di un codice culturale. Anzi, talvolta ho l’impressione che Non mi uccidere sia principalmente la storia di un confronto tra Mirta e Witt, vale a dire di una studentessa del Duemila con il suo bagaglio culturale. E che questo sia un confronto/scontro sanguinoso…
Che cos’è la cultura per lei?
Una possibilità di comunicare. O di fraintendersi fino alla rovina, appunto.